In ricordo di Luigi Pintor

pintor1“Non c’è in un’intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi”.
Probabilmente la conoscete: è una delle frasi più belle che io conosca per raccontare il valore del farsi prossimo, per esprimere il senso più profondo dell’umanità.
Questa frase è di Luigi Pintor e mi piace ricordarla oggi, a dieci anni esatti dalla morte. E insieme ricordare anche questo grande giornalista e scrittore soprattutto per l’aspetto che lo ha fatto sentire più vicino a noi di Romena: e cioè per le pagine profonde, delicate,  autentiche con cui ha raccontato la sua vita e ciò che, dalla vita, ha imparato…

Il nespolo. Si chiamava così il libretto di Pintor che il nostro don Luigi mi consigliò per primo. Ora quel volumetto è nella mia libreria scortato da tutti gli altri: Servabo, La signora Kirchgessner, I luoghi del delitto. Si assomigliano nelle loro copertine azzurro chiaro e nei loro interni: sono tutti sottolineatissimi.

Sono libri che ritrovo, di tanto in tanto: libri in cui ogni parola ha un peso specifico, un significato, una direzione. E’ lo stile asciutto di un uomo che, negli ultimi anni della vita ha voluto distillare il senso del suo cammino, senza indulgenze. “Pochi – scrive – resistono alla tentazione di voltarsi indietro nel desiderio di restituire alle cose una durata che di per sé non hanno”.

In questi libri incombono, come una cappa, le sofferenze vissute soprattutto per la perdita prematura dei due figli. “Il male -scrive – ha una fantasia illimitata”.

Sono libri che attraggono per il loro peso di vita, nonostante vi se ne respiri dentro molto più la fatica che la gioia, e nonostante l’autore non voglia accendere speranze, aprendo al massimo piccoli spiragli. “Penso con sollievo – scrive – che la morte mi ricondurrà dov’ero, cioè da nessuna parte. Ma questo cielo notturno mi seduce e mi fa credere per un momento in un aldilà dove si possono capire le cose incomprensibili dell’aldiqua”. 

Non aggiungo altro. Vi lascio abbracciare dalle parole di inizio e di fine di uno dei suoi libri, la Signora Kirchgessner. Le parole di inizio siglate come Anonimo, sono in realtà di Giaime Pintor, fratello di Luigi, morto a 24 anni, dilaniato da una mina tedesca, durante la guerra. Quelle finali sono una sorta di testamento.
Lo stesso Pintor ha detto che queste due parti dialogano a distanza.

 PINTOR_signora0“Si può essere pessimisti riguardo ai tempi e alle circostanze, riguardo alle sorti di un paese o di una classe, ma non si può essere pessimisti riguardo all’uomo.” 

                                                              Anonimo

Ora che lo scrivano ha finito di registrare queste confidenze e le rileggo disordinate in capitoli mi accorgo che così non può andare. 

Risulta che non solo non ho fatto nulla nella mia vita ma che la concludo con umor nero.
Non va bene, la signora Sofia Kirchgessner suonava uno strumento flebile ma non stonava. Perciò per lei scrissero Mozart e Beethoven.

Vorrei congedarmi dissipando questa impressione. L’umor nero è diffuso dappertutto e nei paesi altamente sviluppati fa la fortuna degli analisti e della farmacologia. Non nego che mi abbia spesso accompagnato per strada ma l’ho lasciato su una panchina nel parco e ora corteggio la comicità.

Contano più che mai le intenzioni. Se fosse per i risultati non rifarei nulla di quello che ho fatto e non fatto. Preferirei di no. Ma se guardo alle intenzioni è un altro discorso. La diceria che di intenzioni è lastricato l’inferno è maligna. Deludenti ed effimeri sono gli esiti. I buoni proponimenti sono invece un polline che non fiorisce mai ma profuma l’aria.

Consiglierei una rivoluzione sentimentale. Di tutte le rivoluzioni o riforme, plebee o aristocratiche, proletarie o borghesi, culturali o morali, nessuna è mai stata progettata come sentimentale. Forse perché i sentimenti, intesi come rapporti tra le persone, sono difficili da clonare e sono reputati di genere femminile.

Consiglierei una rivoluzione retrattile, per quanto l’aggettivo non si presti alle scritte murali, che ristabilisca i ritegni e i tempi interiori abolendo gli orologi.
Qualcosa che permetta di capirsi con i segnali di fumo, i versi gutturali dei gorilla, le carezze e le percosse, i gesti che sfiorano le cose viventi e quelle inanimate e dicono più delle parole articolate di cui meniano vanto.

Sarà uno di quegli aneddoti a cui gli ignoranti riducono la storia ma mi par di sapere che una famosa rivoluzionaria considerava un crimine schiacciare inutilmente un insetto. Forse questa mentalità l’ha fatta finire a pezzi in un canale ma mi sembra un buon esempio con il quale mi congedo.

Non senza ricordare l’esortazione dell’Anonimo, citata all’inizio, alla quale resto dopotutto affezionato. L’autore aggiunge che se si è pessimisti riguardo all’uomo tanto vale legarsi una pietra al collo e buttarsi a mare. Così è.
La sua esortazione somiglia all’augurio di pronta guarigione che si rivolge a un malato incurabile, ma ci sono auguri che è giusto fare anche se non raggiungono lo scopo desiderato.

 Luigi Pintor

(tratto da La signora Kirchgessner, edizioni Bollati Boringhieri, 1998)

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