Il coraggio di Giacomo

laurea di giacomo“Voglio diventare un poeta”. Da bambino, il giovane immortalato in questa foto rispondeva così, per scritto, alla domanda su ciò che avrebbe voluto fare da grande.
Il sogno non si è ancora realizzato del tutto, ma Giacomo ha fatto non pochi, e robusti passi in questa direzione. Per esempio nei giorni scorsi si è laureato in lettere moderne. Non un’impresa da poco per un giovane che convive con la sindrome da X fragile, una patologia che produce effetti molto simili a quelli dell’autismo. Così Giacomo fatica da morire a comunicare verbalmente, ma nei canali della scrittura riesce a far scorrazzare, libero, tutto il suo mondo interiore.
Ce ne siamo accorti quest’estate a Romena. All’incontro “Rischiamo il coraggio”, nel luglio scorso, Giacomo ha partecipato portando tutta la ricchezza della sua diversità: ricordiamo la sua agitazione in pieve, mentre l’attrice Elisabetta Salvatori leggeva l’intervento che Giacomo aveva scritto per noi. Indimenticabile il  suo applauso in risposta agli applausi di tutti noi, in piedi.
Quel giorno è parente di questo. E siccome sono vicini, li accomuniamo pubblicando, in occasione della sua laurea, il testo che Giacomo ha scritto per l’incontro di Romena. Contiene le sue riflessioni, la sua storia. E, naturalmente, le sue poesie…

giacomo de nuccioBuongiorno a tutti. Mi chiamo Giacomo De Nuccio, 25 anni il prossimo settembre, sono nato in Lombardia da genitori meridionali e vengo da Pisa.

Siculo-pugliese di origine, lombardo di nascita, toscano d’adozione, forse è per questo che mi piace viaggiare.

Fra tutti i viaggi possibili trovo che il più avvincente, il più emozionante sia quello attraverso la vita, quello durante il quale giornalmente capita di intersecare i destini di altri e di avere, di tanto in tanto, l’opportunità di sostare per il piacere di farlo, magari solo per una breve conversazione, come in questo contesto.

Sono dunque molto lieto dell’invito anche perché il tema di oggi “rischiare il coraggio”, offre molti spunti di riflessione.

Secondo un’autorevole enciclopedia, “rischiare” equivale a “mettere a rischio” cioè indursi ad affrontare l’ eventualità di subire un danno connessa a circostanze più o meno prevedibili e “coraggio”, sempre secondo la solita enciclopedia, è la forza d’animo nel sopportare con serenità e rassegnazione dolori fisici o morali, nell’affrontare con decisione un pericolo, nel dire o fare cosa che importi rischio o sacrificio.

Io perciò ho letto così l’espressione “rischiare il coraggio” : affrontare situazioni, in circostanze più o meno prevedibili, mettendo/essendo in pericolo la capacità stessa di affrontarle con decisione e forza d’animo.

Il viaggio della vita è di per sé rischioso: è in gioco la possibilità stessa del viaggio nel momento in cui lo iniziamo e se superiamo la prima insidia, non possiamo gridare allo scampato pericolo perché, io ne sono un esempio, mille altre insidie, quali palesi quali nascoste, potrebbero essere in agguato.

Cosa ci induce allora a continuare il viaggio, ad affrontare la vita? Sarà il senso del dovere?

Io credo di no, o almeno penso che non basti perché battersi per una vita fatta solo di doveri mi appare davvero troppo triste.

Sarà, senza per questo voler coinvolgere Freud con i suoi eros e thanatos, un istintuale attaccamento alla vita?

Io non ho certezza in merito, posso solo raccontarvi la mia pur breve esperienza.


I miei limiti
sono in gran numero e tutti hanno buona memoria. Ogni giorno si ricordano di bussare alla mia porta, ogni giorno non posso fare a meno di aprire e loro entrano senza chiedere il permesso, invadono. Nella mia casa si crea un disordine evidente a cui bisogna porre rimedio. Diciamo che ce ne sono di meno capricciosi che si presentano sempre con lo stesso vestito, si fanno riconoscere e con questi, pur sempre ospiti indesiderati, ho stretto un patto di alleanza: entrano ma portano un disordine ordinato che riesco a tenere sotto controllo, siamo quasi diventati amici. Non corro più alcun rischio.

Con gli altri il rapporto è più tempestoso, pur accettando la loro presenza sono sempre alla ricerca di un compromesso.

I miei limiti vengono da una condizione genetica, è per questo che non mi è consentito sbarrare loro la porta, rientrerebbero dalla finestra, quello che posso fare è allenarmi a superarne alcuni, allargare le sbarre della loro gabbia, ma sono consapevole che non potrò mai liberarmi del tutto, per tutta la vita sarò costretto ad allargare maglie pronte a richiudersi. Ma questo è un rischio che assolutamente devo correre.

Il percorso di crescita di ognuno di noi presenta inevitabilmente dei rischi, in presenza di un handicap fortemente invalidante il rischio ha un numero maggiore di volti, si nasconde anche nelle piccole cose e, poiché non siamo soli, nel mondo variegato che ci circonda ha un ruolo assolutamente pregnante.

A volte è sufficiente avere un aspetto non proprio gradevole, essere un po’ più timidi, un po’ meno veloci ad apprendere e ad agire per essere messi all’indice, ma se le difficoltà sono evidenti, qualunque ne sia la causa, la prima reazione quasi generale assomiglia molto alla paura, ti fa sentire “contagioso”e spinge la tua autostima lungo una pericolosa discesa.

Mi capita, andando a spasso, di parlottare e di gesticolare, ma non ho auricolare e telefonino perciò tanti sollevano lo sguardo, qualcuno cerca di evitarmi, alcune mamme tirano a sé istintivamente i bimbi più piccoli e via dicendo. Io non penso che il mondo sia tenuto a sopportarmi così come sono, ma ci sono degli aspetti di me che, per quanto mi sforzi, non riesco a cambiare.

Tra coloro non sempre disposti a comprendere troviamo anche la sezione dei cosiddetti “esperti”.

La parte iniziale del mio percorso terapeutico è rappresentata da un costante peregrinare da uno specialista all’altro. Per alcuni la mia condizione era conseguenza di troppo amore, per altri di insufficiente amore, per altri ancora era una mia scelta, un trauma, assenza di pensiero,…anche di fronte al risultato positivo dell’indagine genetica, arrivata quasi per caso, l’atteggiamento non è cambiato. Il sintomo è diventato causa, i miei comportamenti contavano più di ciò che li determinava.

Quando il rischio della delusione diventa costante, si può decidere per l’immobilità, per una vita–non vita , ma se la patologia non ha tolto la parola anche al nostro istinto di conservazione e a quello dei nostri cari, la spinta alla ricerca è una costante.

Non è una ricettina, un iter sicuro che ponga al riparo dall’insuccesso che ogni famiglia si aspetta, si cerca piuttosto qualcuno che aiuti a comprendere una situazione in cui generalmente si viene catapultati.

Conoscere i modelli è utile ,certo, ma solo a poterli scartare perché ogni persona è unica, sindrome o non sindrome. Nella maggior parte dei casi, invece, è proprio ad un modello che l’esperto reputa necessario fare riferimento: ti viene incollata un’etichetta che, ponendo il divieto d’accesso a molte strade, diviene più limitante dei tuoi stessi limiti.

Non desidero che le mie parole assumano forma di recriminazione tanto inutile quanto superflua. Essere qui oggi, parlare con voi, testimonia che alcuni divieti sono stato capace di cancellarli e non solo per mio merito.

Proprio di questo mi piacerebbe parlarvi, di quelle situazioni in cui più forte è stato il rischio da affrontare e certamente da solo non ce l’avrei fatta.

La prima battaglia è stata con me stesso e con i miei disturbi sensoriali e prassici1:

[ …]Senza che me ne rendessi conto, il mio sistema sensomotorio aveva deciso di farmi la guerra.

Gli oggetti si abbattevano con fracasso sul pavimento sfuggendo alla mollezza improvvisa delle dita, violando la soglia del mio orecchio sinistro con eccessiva veemenza, e restavano lì, abbandonati da un apparente disinteresse che nascondeva l’assoluta incapacità di rispondere all’impulso interiore di raccoglierli. Mille voci, mille rumori che sembravano emergere dal nulla mi confondevano, altre volte mi ritrovavo in un silenzio ancora più incomprensibile.

Era come guardare il mondo attraverso le pareti di un acquario: volti deformati e bocche che parlavano inutilmente.

Quando gli altri bambini avevano paura del buio, io incominciai ad avere paura della luce .

Il buio non aveva segreti per me, l’unica immagine era quella mentale che non mutava e mi dava punti di riferimento costanti. La luce invece cambiava le forme e io non ritrovavo più i giochi, andavo incontro a tutti gli spigoli, calpestavo qualunque cosa poiché non ne avvertivo lo spessore. Cadevo spesso, certi bernoccoli da far invidia ad un fumettista, e non piangevo mai.

Avevo la sensazione di essere stato trasportato in un mondo sconosciuto che però pretendeva di essermi familiare e si stupiva delle mie reazioni.

[ … ] L’unica cosa che capivo era che avevo paura e non sapevo dire “Aiutami!”, come quando si pretendeva che scendessi delle ipotetiche scale…dov’erano i gradini?

[ … ] La paura, ecco una costante alla quale, nell’equazione della mia esistenza, non sono ancora riuscito a dare il valore zero, forse perché ciò che spesso mi ha salvato è stato il coraggio della paura, quella sorta di temerarietà che nasce dall’istinto di conservazione nella consapevolezza del pericolo.

Avere memoria della paura ti fa correre il rischio di dimenticare d’essere vivo, di assecondare giorni vuoti di qualsiasi altra sensazione, per me è stato l’inizio del desiderio di vivere, di farcela a dispetto di tutto.

Prima ho usato il termine “parlare”, è evidente però che il linguaggio verbale non è il mio forte. A sentirmi cantare non si direbbe che io abbia tanta difficoltà ad usare le parole, in realtà io non riesco ad articolare il mio linguaggio. Le mie corde vocali sembrano funzionare benissimo ma altro mi impedisce di articolarle a mio piacimento. Oggi so che è una questione di prassie.

Fin da bambino ho cercato di dare alle mie difficoltà una spiegazione logica e plausibile. Le interpretazioni degli specialisti non mi corrispondevano, sulle loro convinzioni lampeggiava a caratteri cubitali la scritta AUTISMO= DESIDERIO DI ISOLAMENTO, e invece la mia era una reale difficoltà di comunicare ciò che nella mia mente era chiaro. Non sapevo dare nome scientifico al mio difetto ma ne ero fortemente consapevole.

Credo di essere stato tra i più assidui e affezionati consumatori di una serie TV, edita poi dalla De Agostini, che spiegava in modo semplice il funzionamento del corpo umano. I video più gettonati: gli occhi, l’orecchio e, naturalmente, il cervello.

Ho consumato almeno 5 o 6 copie di ogni video nel tentativo di comprendere le mie modalità di funzionamento. Anche le mie modalità d’uso di questo strumento erano inusuali e ciò che appariva agli altri assumeva la forma di classiche stereotipie da correggere: volume altissimo o inesistente, frenetico andare avanti e indietro sulle stesse frasi e sulle stesse immagini, lacrime e disperazione ogni volta che la cassetta VHS cedeva all’usura… Devo dire che anche la resistenza dei miei familiari è stata messa a dura prova, ma ogni nuova cassetta è arrivata puntualmente: anche se nessuno di loro capiva l’uso che ne facevo, era opinione di tutti che i miei comportamenti avessero una motivazione oscura ma non “patologica”. Io ero così resistente ai divieti, alle regole, agli inviti alla moderazione da apparire “totalmente privo di pensiero”, così aveva detto di me un certo luminare, ma nel quotidiano c’era tanto altro che smentiva certe apparenze.

Mentre io continuavo imperterrito a “studiarmi” i miei non smettevano di studiare per comprendermi. I miei sforzi miravano a capire perché ero così diverso dal mondo che mi circondava, a cercare di uscire dalle difficoltà in cui mi trovavo ma soprattutto a cercare di trovare un sistema per comunicare: dovevo riuscire a mostrarmi come veramente ero.

Alla fine sono riuscito a far capire che usavo intenzionalmente e a proposito le frasi preconfezionate dei cartoni animati e delle canzoni proprio nell’intento di comunicare.

Nel frattempo, nella mia baraonda di suoni ed immagini ho imparato a leggere. Non c’è da stupirsi, come succede a molti bambini, ho imparato a dare ai suoni forma di parola senza perderne il significato e, quando ho avuto l’ausilio di un mezzo meccanico, ho imparato a riprodurli: non ero capace di parlare ma sapevo leggere e scrivere.

RE2

Io sono il re.

Io sono il re di un regno speciale,

di un popolo indocile,

di un problema insolubile,

ma sono il re.

Magra consolazione

un re senza vassalli,

privato di carrozza e cavalli,

un re senza regina

che cammina per fiumi e per valli

chiuse in fondo a un PC.

Io sono il re reale

di un regno virtuale,

un mondo di parole

su cui il sole appare

se posso poetare

di voli di allegria,

dove l’unica via

è un sogno da sognare.

La biologia ti dà un cervello /La vita lo trasforma in mente3

Questa affermazione, letta per caso nella libreria che d’abitudine frequento, mi sembra assolutamente calzante alla mia situazione. La vita mi ha assegnato tante opportunità e una famiglia amorevole e tenace che non si è lasciata scoraggiare neanche nei momenti più difficili.

COME NASCONO I SOGNI4

Quanto pesano i sogni?

Leggera è la mia valigia

se con me la sollevi.

Quanto costano i sogni?

Non mi occorre denaro

se mi aiuti a sognare.

Non esistono sogni

in un braccio di mare

oltre il quale la terra

più lontana mi appare.

Imparare a nuotare?

La tua mano mi dice

che ci posso provare.

Imparare a leggere e a scrivere precocemente è stata la mia più grande conquista perché la spinta alla vita ha trovato nella scrittura in generale e nella poesia in particolare un volano importante.

FUORI5

Fuori sono da tutto

di cose semplici per altri

oltremodo curiose per me.

Astenersi dal gioco della vita,

concedere al nemico la partita?

Ci provo invece,

tentar non nuoce,

e, dentro o fuori,

gioco

e certo non mi arrendo

e rendo

senza tempo questa ora,

giocare e vincere

voglio

ancòra e ancòra.

Credo che l’amore per la parola, “quella giusta, quella e nessun’altra” direbbe la mia docente di Letteratura contemporanea, sia nato con me insieme alla difficoltà di pronunciare al momento opportuno i più adeguati tra tutti i suoni, tanto chiari e distinti quanto irraggiungibili, che si rincorrevano nella mia mente e nel mio cuore e si rifiutavano di percorrere la strada dell’espressione verbale.

Parole della razionalità e parole dell’emotività, una realtà che mi appartiene e che ancora oggi non imbocca la naturale strada della comunicazione, troppo tortuosa per risultare percorribile, e cerca viuzze a latere, scorciatoie.

Il linguaggio poetico, nella sua estrema sintesi, è una di queste e così ho provato a percorrerla allora come oggi. Ecco, dovendo dire che cos’è stata la poesia per me direi che ha incarnato lo stupore, la meraviglia, il piacere della scoperta che hanno spinto sulle mie labbra il primo “Mamma!” ad alta voce e hanno trovato concretezza in pochi versi, più efficaci e soprattutto, per me che avevo sei anni, più semplici di un lungo discorso.

LA NEVE6

La neve,

la neve bianca,

bella, lieve, cade.,

Copre ogni cosa.

Alle pieghe della terra

Ricama trasparenti giochi di luce,

agli alberi imbianca la chioma.

Nell’aria,

tersa e lenta,,

pare finalmente l’inverno.

La poesia di altri mi ha aiutato a capire che la mia sofferenza non è affatto condizione singolare ma assolutamente corale; la mia, proprio perché mia, ha accolto la mia interiorità e nello stesso tempo l’ha offerta al mondo aiutandomi a mostrarmi come sono.

Sentirsi” una persona e come tale vissuta al di là dei propri limiti e delle manifeste difficoltà, però, non dipende solo da noi.

GIACOMO7

Di te non conoscono

che il nome melodioso

e mille volte vilipeso,

rancido nel richiamo

futile alla normalità

Il rapporto fallimentare con gli “esperti” si è risolto a partire dall’incontro con lo specialista che mi segue dal 2000, il primo a considerarmi una persona, anche se all’epoca avevo solo undici anni, e a non bollare come “soggetti urgentemente bisognosi di sostegno psicologico” i miei genitori colpevoli solo di una sconfinata fiducia nelle mie possibilità. La sua competenza e un’attitudine non comune all’ascolto mi hanno aiutato a crescere conservando la fiducia in me stesso e negli altri.

Più lungo e frustrante è stato il rapporto con la scuola.

PREGIUDIZIO8

Nel tempo che va

riposta è la speranza.

Il tempo presente

ha solo una domanda

e resta nella mente

evanescente la risposta.

Nel tempo che va

è il coraggio.

Il tempo presente

ha solo paura

del tempo che è andato,

rovinato a valle del colle

che aspro nasconde

la pianura.

Nel tempo che va

è la distesa dei miei pensieri.

Il tempo presente

ha solo desideri imprigionati

nel granitico seme che copre

la radura.

I contrasti sono iniziati subito. Assistenti “qualificati” dotati di comodi paraocchi, insegnanti il cui pregio maggiore stava nell’indifferenza, assenza di aiuto ai miei compagni perché si avvicinassero a me senza timore e non mi considerassero un “mostro” hanno reso un incubo l’esperienza della scuola materna. Quando, su consiglio degli esperti la mia permanenza alla scuola dell’infanzia è stata prolungata di un anno, quello che ho provato è stata pura disperazione.

L’intensità dei pianti mattutini è stata significativa di un disagio che andava ben oltre il “desiderio di non lasciare la mamma”, come qualcuno sosteneva.

I pianti sono cessati nell’ultimo anno quando ho appurato che con la mia nuova assistente ci intendevamo a meraviglia e il rispetto era reciproco. Mi rassicurò avere la certezza che mi sarebbe stata compagna anche alla scuola elementare.

Affinchè non si ripetesse la triste situazione vissuta alla scuola dell’infanzia sono stato costretto a scegliere la scuola di un altro quartiere, lo stesso, non il mio dunque, in cui ho poi frequentato la scuola media.

La scelta non si rivelò del tutto sbagliata.

Mi considero un fortunato sopravvissuto e non solo per merito personale.

In ogni singola tappa ho incontrato almeno una persona capace di guardare oltre ogni apparenza e soprattutto disposta a rischiare ascoltando me, i miei genitori e gli specialisti ( neuropsichiatra, psicomotricista, psicopedagogista), messi a disposizione dal sacrificio economico della mia famiglia per via di strutture pubbliche insufficienti e in molti casi inefficienti.

E così, con in tasca il mio diplomino e il lusinghiero giudizio di “Ottimo con lode”, eccomi pronto per la scuola superiore, felice e pieno di speranza.

La sensazione di leggerezza provata varcando la soglia del Ginnasio ha avuto breve durata.

Al ginnasio non è bastato l’aiuto del team di specialisti e non è bastato che fossi tra i migliori allievi non solo della mia classe ma della scuola. Non è bastato neanche avere conquistato sul campo la fiducia e l’appoggio dell’insegnante di matematica, troppo deboli le sue pur comprovate argomentazioni di fronte all’assoluta negazione, perfino dell’evidenza, da parte della preside schierata sulla via dell’espulsione. La richiesta purtroppo arrivava dalle insegnanti di greco/latino e italiano/storia, forti delle loro complessive 18 ore settimanali e dei loro atavici pregiudizi.

Aggiungiamo anche le pressioni dei genitori dei miei compagni che hanno fatto di me il capro espiatorio dell’insuccesso scolastico dei propri figli.

Molti sarebbero stati felici di stilare per me un programma differenziato per confinarmi in un’auletta con l’insegnante di sostegno piuttosto che ammettere ch’io avessi una qualche qualità.

Era chiaro che restare, coltivando la speranza di essere prima o poi accettato, non sarebbe stato un atto di coraggio ma stupidità.

ANNO NUOVO VITA NUOVA9

Arrivi così, senza bussare,

atteso e inaspettato

tempo nuovo.

Un cielo plumbeo

ma di nuvole sgombro

annuncia la neve,

un miracolo lieve

che l’anima incanta.

Come un’infante mi attardo,

sgrano lo sguardo

nell’impalpabile lentezza dei fiocchi.

Piove nei miei occhi

dell’inverno la dolcezza,

la tenerezza di ore nuove

e insieme antiche di speranza.

Della mia stanza

un timido barlume di coraggio

la porta spalanca.

Lasciare quella scuola aveva il sapore amaro della sconfitta, andava in frantumi il mio sogno di conoscere il mondo dei classici che tanto aveva affascinato Salvatore Quasimodo, il mio poeta preferito, anche per questo avevo resistito due anni e mezzo, ma a quel punto non c’era niente a cui appigliarsi per restare.

Una delle insegnanti di sostegno, stranamente si mostrò stupita dalla mia decisione di lasciare il Liceo e mi chiese di illuminarla. Ho provato a chiarirle la mia posizione:

Ciao M., basteranno 200-300 watt?

Proviamo a sgombrare alcune nubi:

ho bisogno di una pausa e questa è una certezza;

lunghezza della pausa: dipende.

Dipende dai miei tempi di recupero.

Elementi da recuperare: autostima, serenità, fiducia, chiarezza sulle cose che voglio e su come intendo meritarle, capacità di stare in classe senza perdere le spiegazioni.

Varie considerazioni mi hanno portato a riflettere su me stesso ed ho concluso che forse hanno ragione gli altri e io appartengo alla categoria MOSTRI DA EVITARE.

Però se mi guardo allo specchio vedo il solito Giacomo, l’unica differenza sta nel fatto che quello dello specchio non sorride. Allora si crea una gran confusione e mi chiedo se il vero Giacomo è quello dello specchio e sono io o se mi sono illuso di essere una persona vera .

E’ una confusione terribile: tanti anni per risalire una china con fatica e sudore per ritrovarsi al punto di partenza. I passi precedenti non contano mai e in questa scuola meno che mai.

Odio scadere nel patetico, ma penso che sono stanco di avere paura e perciò sarà bene che mi prenda una pausa di riflessione.

VEDI, la scuola ed io siamo in questo momento come due innamorati delusi: io che l’ho sempre amata mi sento respinto e lei, che si sente incompresa, prende sempre maggiore distanza.

DEVO RIFLETTERE: lo voglio ancora questo amore che non mi riconosce, mi offre solo amarezze, pretende continue prove d’amore e quando si va in vacanza mi lascia a casa?

SONO UNO STUPIDO AD ESSERE SEMPRE INNAMORATO?

Allora HO BISOGNO DI UNA PAUSA per ritrovare me stesso e la mia dignità, per scoprire che sono UNA PERSONA VERA, pregi e difetti, per non soffrire più ogni volta che gli altri mi identificano con la mia patologia.

Allora a scuola non ci torno, sono fuori posto e fuori tempo.

Tornerò se e quando avrò capito come impedire che il mio amore  si trasformi in odio.

I tentativi da parte della scuola di recuperarmi sono stati per me molto umilianti.

La fuga era un rischio che dovevo correre: non sono più tornato.

Dopo sei mesi di ricerche e un anno scolastico andato in fumo, ho continuato l’istruzione superiore al Liceo delle Scienze Sociali, l’unico istituto, fra i tanti contattati in provincia e fuori, disposto ad accogliermi.

L’obiettivo era crescere e guadagnare il titolo di studio per potermi iscrivere all’università e imparare abbastanza da non arrivarci impreparato.

Ho avuto modo più volte, nei tre anni a seguire, di interrogarmi sull’esito di tutto quel mio darmi da fare.

Mi è mancata, ancora una volta, la solidarietà dei compagni, ma mi è stato possibile rendere evidente e chiaro che studio e imparo e così ce l’ho fatta: sono stato dichiarato “maturo”.

Un foglio di carta con firme e bolli attestava le mie capacità e mi concedeva la libertà di continuare la mia strada chiudendo una parentesi difficile durata 18 anni.

CHIEDIMI SE SONO FELICE10

Chiedimi

se il cuore canta

e se mi sento fortunato.

Chiedimi

se il riso soffoca il respiro

e se il mondo mi appartiene.

Chiedimi

se scomparso è l’inverno

e se solo luglio è nei miei giorni.

Chiedimi

se sono felice.

In quei 18 lunghi anni ero certamente cresciuto, ma una condizione genetica è per la vita:

Borbottii” per selezionare i rumori che impediscono l’ascolto, dita nelle orecchie per modulare i suoni in entrata e rendere comprensibili le singole parole, lenti colorate anche nelle giornate più uggiose per distinguere le forme, guardare fuori dalla finestra non come sintomo di distrazione ma come mezzo di concentrazione…restavano parte del mio vocabolario, non impossibile da tradurre, ma complicato, lo ammetto: se la scuola di gradino inferiore si era mostrata così impreparata e intollerante, come mi avrebbe accolto l’Università che sta in cima all’ultimo gradino?

Mille interrogativi, mille dubbi e una sola certezza: volevo con tutto me stesso continuare gli studi.

La scelta, oggetto di una ricerca durata tutta l’estate, è infine caduta sull’ateneo di Pisa.

OTTOBRE A PISA11

Per le strade
profumo d’alloro
che cinge i sogni
della giovinezza
e applausi e sonori sorrisi.
In questo ottobre a Pisa
si adorna di futuro
il mio tempo
fuggevole e inerte.
Per vicoli
e pietre sconnesse
profumo di speranza,
addio
ad una mai vissuta adolescenza,
e braccia aperte
al desiderio di giorni
sconosciuti e sospirati.
Sul lungomare
il volo di un gabbiano
che allo stormo le sue
robuste ali unisce
nel timido sole
che dalle mie guance
un grammo d’umida gioia
beve.
Respiro l’aria
di questo mite ottobre
d’estate per un attimo dipinto
e sconfitto l’inverno
mi appare.

Non so quanto difficile sia stato per i miei docenti universitari “decodificarmi” ma nessuno ha rinunciato al rischio della delusione, finalmente attenti compagni di viaggio e non semplici spettatori della mia diversità.

L’imprevedibilità degli eventi, che sempre fa capolino dalle pieghe dell’esistenza e ci spaventa cogliendoci di sorpresa, può trasformarsi in opportunità se ci apriamo al rischio della scelta.

Parlo per me che ho scelto di lasciare la mia casa, la mia città, i miei fratelli, le mie abitudini, tanto importanti per me, per inseguire un sogno e parlo anche per i miei docenti che, scegliendo la via della comprensione e della fiducia, mi hanno nutrito della loro competenza scevra di arroganza e mi hanno aiutato a trasformare il rischio del sogno in una felice realtà: poco più di un mese fa ho ultimato gli esami previsti dal mio corso di laurea.

Non posso che ringraziare tutti quei volti amabili e sorridenti che hanno creduto in me e continuano a farlo,gli amici permanenti, pochi ma leali, alcuni dei quali sono oggi presenti, i temporanei fuggevoli compagni di viaggio che hanno condiviso con me spazi liberi da pregiudizio e i miei genitori che, in una fase della vita in cui certamente più facile sarebbe riposare, ogni giorno mi accompagnano nelle mie scelte, ragionate sì, ma certamente temerarie, soprattutto per uno come me che balbetta poche parole e sembra non appartenere al contesto in cui si trova e ringrazio naturalmente tutti i presenti che hanno avuto la pazienza di ascoltare.

Grazie, grazie a tutti.

Giacomo De Nuccio – Romena, 20 luglio 2014

1 Il Posto di Giacomo – pagg.21-24 – © 2010 Edizioni Erickson – Trento

2 12 febbraio 2008

3 Jeffrey Eugenides (scrittore statunitense, Detroit 1960)

4 3 dicembre 2005

5 29 novembre 1999

6 14 dicembre 1995

7 28 agosto 2003

8 20 febbraio 2007

9 1 gennaio 2007

10 31 ottobre 2003

11 11 ottobre 2010

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