Vannucci, “Essere umili vuol dire diventare terra fertile”

Vannucci1 seppiaUn viaggio nel cuore della parola umiltà, per capire cosa significhi, e per renderci conto di quanto  l’abbiamo travisata. E’ questa la proposta di  padre Giovanni Vannucci (1913-1984) monaco, fondatore dell’eremo delle Stinche, e padre spirituale dell’esperienza di Romena,  In un suo intervento, pubblicato a suo tempo nella biografia “Custode della luce”, ho ritrovato alcuni passaggi davvero straordinari sul tema umiltà, la prima delle otto tappe della Via della Resurrezione di Romena.

Padre Giovanni ci invita a liberarci dall’idea che ce ne siamo fatti: umiltà come rinuncia, come invito ad avere un atteggiamento di sottomissione, come accettazione del pensiero dominante. E ci invita invece a risvegliare il vero senso etimologico: umiltà viene da “humus”, che vuol dire terra fertile. L’umiltà è le fertilità della terra. E ciascuno di noi è più umile quanto più si rende terra fertile, quanto più accetta di offrire i propri doni, il proprio humus, per far maturare la vita sua e quella degli altri.
Insomma, conviene davvero prendersi cinque minuti, e leggere questi passaggi di padre Vannucci.

 

vannucci2Che cosa si intende per “umiltà”? Cos’è l’umiltà ? È una virtù che viene sempre predicata; parliamo continuamente di umiltà, è necessaria l’umiltà…
A noi preti viene predicata l’umiltà; noi preti si predica l’umiltà… Che cos’è l’umiltà ? Cosa ne dite voi ?
Io dico quello che penso, che ho imparato dalla vita, perché la più grande maestra, anche delle cose sacre della teologia, è guardare attentamente alla vita.
Umiltà: humilitas è un vocabolo latino che viene da un termine latino: humus, che significa il nostro humus: terra feconda, terra fertile, terra lavorata da mille germi, da mille microrganismi che si dedicano totalmente, anche sacrificandosi, affinché la terra diventi fertile. Humus = terra fertile.
L’umiltà, allora, è la fertilità della terra, e quanto più la terra è fertile, tanto più possiede l’umiltà.
Allora, io prete, frate, devo essere “umile”. Cosa vuol dire? Devo essere una terra fertile, una terra che produce i germi dello Spirito, i doni dello Spirito, le grandi realtà luminose della vita che lo Spirito ha fatto discendere in me e in tutti gli uomini.
«Voi dovete essere umili» significa: «dovete essere fertili». Una terra che produce vigorosamente e intensamente i frutti dello Spirito.
Non vi sembra? Nella nostra accezione un po’ superficiale il termine “umiltà” significa abdicare al proprio pensiero, rinunciare ai propri modi di vedere, e pensare con il pensiero che ci viene imposto da altri. Chiamiamo questo “umiltà”. Voi andate a una predica, il prete espone un punto della dottrina cattolica, lo espone con forza, con energia, gridando… Voi non siete persuasi e dite: «Mah,… mi sembrerebbe, magari il contrario…» ed egli dice: «Devi essere umile, devi accettare quello che io ho detto!». Questa non è umiltà! Non è umiltà! Voi sapete che con questa umiltà abbiamo indebolito la nostra chiesa.

Mi è successo una volta, in una chiesetta – ho una chiesetta poco più piccola di questa stanza, una chiesetta romanica del 1200 –, avevo parlato e, a un certo momento, una ragazzina alza il braccio e: «Io contesto!». «Finalmente, finalmente!» – dissi.
Dio ci vuole liberi e forti e dobbiamo costruire la chiesa in piena libertà e vigore. L’infallibilità appartiene a una chiesa forte e coraggiosa, non è propria di nessuno, proprio di nessuno. Che poi il papa interpreti il pensiero della collegialità, lo sintetizzi: va bene! Però è presupposto un dialogo profondo, che non viene mai fatto…
Dico questo proprio perché dobbiamo amare la nostra chiesa con l’essere nella chiesa liberi e forti, alberi che danno tutto il loro frutto e che non sono inibiti da niente. Allora vivremo l’umiltà. Anche voi nel vostro cuore dovete vivere l’umiltà attraverso il dialogo, attraverso il contributo di voi stessi e della vostra intelligenza, della vostra volontà, delle vostre capacità organizzative.

Tempo fa parlavo con dei giovani desiderosi di farsi frati e parlavo della comunità. Prima li ascoltai, poi dissi loro: «Quando uno entra a far parte di un gruppo non deve dirsi: “Cosa posso ricevere io dal gruppo?”, ma “Cosa posso portare io nel gruppo in modo che diventi più intenso, più vivo?”». Se io scelgo una comunità di frati per ricevere qualcosa da questa comunità, per essere protetto e difeso, non crescerò mai! Io mi domando e mi sono domandato: «Cosa posso portare?» e così anche voi. E questa è carità, non è orgoglio, è umiltà!
Siamo stati seminati nella vita e ognuno di noi ha ricevuto un seme particolare che non è sostituibile da nessun altro: se noi tradiamo la nostra singolarità, la nostra peculiarità, introduciamo nell’universo una disarmonia. Non dobbiamo imporre la nostra singolarità agli altri, ma essa deve muoversi armoniosamente con le altre singolarità. Allora si ha la sinfonia, dove il do è do, il re è re e il sol è sol, e tutte insieme, armoniosamente disposte, ci danno l’accordo.

L’accettare le proprie vibrazioni, la propria intelligenza, le proprie capacità creative, è un atto di profonda umiltà, perché così diventiamo fecondi. Se a uno di voi Dio ha dato il dono della pittura o del canto o della musica, non lo può mettere da parte. «Lo sacrifico in nome di Dio». Assolutamente no! Produce il contrario. Un pittore chiamato a essere pittore, se non diventa un pittore che cosa diventa? Un inquieto, un brontolone, un insofferente, un depresso.

Ma Dio non ci ha creato per la depressione, ci ha creato per la vita. Ecco, questa per me è l’umiltà. Non so se convenite con me. Anche nel vostro gruppo ciascuno di voi deve dirsi: cosa posso portare? Non in denaro, ma in collaborazione. Cosa posso dare di intelligenza, di cuore, di organizzazione, di vedute nuove? Questo è ciò che dovete dare, perché poi il denaro e tutto il resto viene da sé. Cosa posso dare in generosità? Dobbiamo vedere chiaramente quello che noi siamo.

Vedete, c’è una parte – permettetemi di dirlo – della nostra vita cristiana che consiste nel piangere i propri difetti, i propri peccati, nel battersi il petto…«Signore, non son degno»; «Signore, non sono niente»; «Signore, sono un ferro arrugginito della tua chiesa»; «Signore, io non sono altro che spazzatura». Ma è possibile? Dio ci ha creati per la gioia e per la vita, non per piangere! Hai peccato? Va bene, il peccato è la rivelazione di quello che tu sei. Vai avanti! Cristo ti dice: «Io ho preso su di me il tuo peccato». Va bene! Cristo ci vuole generosi, ci vuole coraggiosi. Il fermarsi a piangere continuamente sui nostri difetti: «Io devo essere umile»… Ma l’orgoglio degli umili, guardate, è il più spaventoso orgoglio che esista. È difficile vivere così. Noi dobbiamo ritrovare la gioia e lo slancio di vivere, la fiducia nella vita. La vita è dura, ma è forte, è solare! Non introduciamo mai delle cose che ci possano portare a un appassimento di vita, anche nella nostra chiesa.

L’umiltà è accettare la vita solarmente, con gioia, con entusiasmo, desiderosi di dare la vita a tutto quello che abbiamo ricevuto e che deve maturare sul nostro terreno che, essendo “umile”, è fertile, e quanto più è umile tanto più è fertile. Quindi, quanto più è “umile” tanto più vigorose sono le piante che crescono su questo terreno fertile. Avete capito questo concetto? Rifletteteci molto, perché ci dà una grande pace.

invito3*Questo estratto è parte di uno degli ultimi interventi pubblici di padre Vannucci, a Prato, Il 10 giugno del 1984.

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