Libera, libera, liberi tutti

liberta-convegno-a-romenaLibertà. Questo tema non si può chiudere, ma solo aprire.  E allora per prendere congedo da questa terza tappa del nostro cammino, e avviarci verso la quarta (la leggerezza), vogliamo scegliere parole che non evochino una fine ma un inizio. Parole così larghe che tutto il mondo, e anche di più possa starci comodamente dentro. Parole scelte da chi pesca nel pozzo senza fondo dell’immaginazione.
E allora ecco una filastrocca di Bruno Tognolini, grande scrittore per l’infanzia.
Ed ecco una fiaba della nostra amica Chiara Bini, giornalista e scrittrice, che sta raccontando le otto parole della via della resurrezione attraverso racconti pensati per i bambini, ma che i grandi devono saper leggere con cura…
Ed è così che salutiamo la nostra icona della libertà, nella speranza che il vento di questa parola continui a far sì che quella gabbia resti com’è: completamente vuota…

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Filastrocca libera
di Bruno Tognolini*

Libero, libera, liberi tutti
Libero l’albero e libero il seme
Liberi i belli di essere brutti
Le volpi furbe di essere sceme
Il fiume è libero d’essere mare
Il mare è libero dall’orizzonte
Libero il vento se vuole soffiare
Liberi noi di sentircelo in fronte
Libero tu di essere te
Libero io di essere me
Liberi i piccoli di essere grandi
Liberi i fiori di essere frutti
Libero, libera, liberi tutti.

*Tratto da Rima Rimani, Rai Eri, 2007

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Anica con i piedi per aria

di Chiara Bini

Questa è la storia di tanti piccoli passi. E’ la storia di Anica che voleva fare la funambola. Anica che aveva cominciato a camminare sul filo per amore dell’equilibrio.

“Ancora lassù? Scendi subito, non voglio più ripetertelo”. Alla mamma di vedere la figlia con le gambe per aria non andava a genio. E neanche al babbo. I suoi genitori non erano per niente d’accordo con quella sua mania, come la chiamavano loro. Per niente per niente.

Anica avrebbe dovuto fare altro. “Possibile? Non ne verrà mai nulla di buono da questa nostra figlia. Per terra, i piedi li deve tenere piantati per terra” dicevano i due parlando tra loro. “Che poi, camminare lassù è anche pericoloso” concludevano sempre.

E invece succedeva proprio quando era lassù, sulla fune tesa da un melo a un altro in giardino che Anica si sentiva davvero a suo agio. Avanti e indietro, indietro e avanti. Per sei metri sempre in equilibrio. Sei metri di beatitudine.

C’era poco da fare, era così. In effetti, tutte le volte che Anica si era fatta male, si era sbucciata un ginocchio o si era ritrovata con un bernoccolo in testa, non era successo cadendo dalla fune, no. Era capitato giù, a terra appunto, dove i suoi volevano che stesse.

Certo, ce ne voleva di bravura per camminare su una corda. Per questo Anica si allenava ogni giorno, per ore e ore. E ogni giorno diventava più agile e leggera. Per amore dell’equilibrio.

Poi di notte Anica faceva un sacco di sogni. Ma spesso sognava di camminare sulla fune e fare il solletico alle nuvole. O di ritagliare una stella da incollare sul diario. Oppure di tenere una fila di rondini sulle braccia stese. Insomma, il suo desiderio più grande era diventare una funambola capace di imprese uniche.

Quel pomeriggio Anica era da sola. Ester, la sua amica del cuore, era andata a trovare i nonni fuori città. E gli altri suoi amici erano tutti a casa di Marco, a vedere un film.

“Mi alleno un po’” pensò.
Così, come sempre, prese lo slancio e, un due tre, oops, salì sulla fune tesa tra i meli.
Passettino dopo passettino, la fune scivolava dritta sotto i suoi piccoli piedi.
E Anica andava, andava sicura. Concentrata com’era a tenere il naso in linea perfetta con la corda, lì per lì non si accorse che….
Che …. aveva percorso già molto di più dei suoi soliti sei metri.
Di più di più di più molto di più
“Aiuuuuto…..Ma cosa mi sta succedendo?!”
La corda si stava allungando come per magia. E più Anica camminava più la fune diventava lunga.

Ormai era già andata ben oltre i meli e oltre il giardino di casa.
Se Anica si fosse fermata sarebbe caduta. Così decise di andare avanti ma i suoi pensieri, che correvano molto più veloci dei suoi piedi, lampeggiavano PAURA MERAVIGLIA. MERAVIGLIA PAURA.
“Ti porto un po’ in giro, ti va?” a un tratto disse tutta allegra una vocina dal basso.
“Ma… ma… tu parli anche?”
La corda senza rispondere prese la strada del bosco.
MERAVIGLIA PAURA. PAURA MERAVIGLIA alle stelle.
Anica, braccia tese, continuò a camminare.
Presto si ritrovò nel fitto degli alberi. I capelli che lei aveva del castano caldo dell’autunno le si impigliavano fra le fronde verdissime dei faggi e degli abeti.
“E ora?” chiese Anica alla fune.
“Ora tocca a te”.
Un brivido le attraverso’ la schiena.

In quel preciso momento Anica capi’ che lei non poteva stare e non sarebbe mai potuta stare radicata con le piante dei piedi sulla terra e sui pavimenti.

Era fatta per l’ aria, come le cose che si staccano e vengono portate dal vento.

Come le foglie. Come i petali dei fiori. Ecco sì, come i petali.

Adesso Anica sapeva cosa fare.

Mantenendo il suo equilibrio perfetto, la bambina dette una lieve scossa alla corda.

“Portami indietro, verso casa” le disse.

La corda, che aveva capito al volo, esegui’ sorridendo tra se’. Le due fecero un patto silenzioso, la corda l’avrebbe aiutata.
Rivolse il capo a ovest, direzione paese. Il sole stava calando.

In paese invece nel frattempo era salita una grande ansia. Dalle prime ore del pomeriggio i genitori di Anica non avevano più visto la loro figlia.

“Era in giardino sulla corda….continuavano a ripetere a tutti in preda alla disperazione.
Ma in giardino la loro figlia non c’era più. E nessuno l’aveva più vista. Ne’ Ester ne’ Marco. Neppure la maestra, ne’ il fornaio ne’ il guardiano del parco. Proprio nessuno.

Mentre la mamma stava piangendo attaccata al cancello del giardino, paralizzata dall’angoscia, il babbo con una squadra di uomini si era avviato verso il bosco a cercarla.

Il capo della polizia aveva organizzato pattuglie che erano partite verso tutte le direzioni in cerca di Anica scomparsa. Il prete si era messo a suonare la campana per chiamare a raccolta i volontari, anche i vigili suonavano le loro sirene.

In quel caos sonoro di fischi, rintocchi e silenzi pesanti carichi di pena, a un tratto nello squarcio del cielo rosso del tramonto si fece avanti una figurina tanto strabiliante quanto familiare.

Su una corda sospesa nel nulla stava arrivando proprio lei, Anica nel suo equilibrio perfetto.
Si avvicinava sicura sul filo, funambola provetta, ed ogni suo piccolo passo nasceva una cascata meravigliosa.

Dai suoi piedi cadeva una pioggia di petali di fiori leggeri e colorati che piroettando nell’aria andavano a posarsi sui tetti, sull’asfalto, sulle siepi, sulle teste di tutti che, a naso all’insù, esterrefatti, stavano ammirando quello spettacolo straordinario.

Un miraggio? Un’allucinazione? Macché.

“Mamma, sono quassù!!” Grido’ Anica che, per la troppa felicità rischiava di perdere la concentrazione e cadere.

La donna, fuori di se’ dalla gioia, le corse incontro mentre una girandola di corolle le roteava intorno alle braccia che si tendevano verso la figlia.

Sotto la pioggia di petali arrivarono anche il babbo, e poi Ester, Marco, tutti gli amici di Anica e via via tutti gli abitanti del paese finalmente sollevati e felici.

Anica era scesa dalla sua corda che si era magicamente ritratta e abbracciava tutti.

Il paese rimase così, sotto quella coltre variopinta e profumata fino all’indomani. Una condizione da favola che non si è ripetuta mai più.

Ma che tutti si ricordano e raccontano come uno dei giorni più belli.

Il giorno in cui Anica, si’ proprio quella bambina che oggi è diventata una funambola famosa, era stata libera.

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