“Siamo costretti ad aiutarci”: la nuova riflessione di Pier Luigi Ricci per “Tempore famis”

“C’è una cosa molto bella che queste giornate di tristezza e di fatica ci insegnano: che siamo costretti ad aiutarci”. Si apre con queste parole la nuova riflessione di Pier Luigi Ricci, educatore, collaboratore storico di Romena, per il nostro cammino in “Tempore famis”. Pigi dedica il suo intervento a un “fiore” che sta sbocciando tra le macerie e il dolore :“In questi giorni – spiega – bisogna darci una mano, bisogna che ognuno pensi all’altro, bisogna pensare a tutti, non si può dimenticare nessuno. Questa cosa si chiama solidarietà”.

“Voi mi ribatterete – prosegue Pigi- che un conto è essere solidali perché lo sentiamo col cuore, un conto è esserlo per necessità: ma anche questo è bello. Perché questo fiore che spunta tra le macerie, la solidarietà, non riguarda più solo la visione o l’azione dei buoni, ma sta diventando una regola di vita: questa umanità si salverà solo se imparerà che siamo una cosa sola, e che non possiamo trascurare nessuno”.

2 pensieri su ““Siamo costretti ad aiutarci”: la nuova riflessione di Pier Luigi Ricci per “Tempore famis”

  1. Quante volte ho avuto bisogno di un’angelo che si prendesse cura di me!
    Improvvisamente arrivava l’angelo, senza che lo chiamassi!
    Quanti avvenimenti nella mia vita, quante motivazioni per continuare ad avere fiducia e credere nel cambiamento, credere nella potenza della vita e della rinascita spontanea di relazioni, affetti, situazioni…

    In periodi bui della mia vita dovuti a gravi lutti famigliari, un’amica mi ha invitato ad affiancarmi a lei nel far visita a persone gravemente disabili, abbandonate dalle famiglie e ricoverate in Istituto.
    A poco poco, visita su visita, quei ragazzi mi hanno ridato il sorriso e la loro situazione mi ha riportato alla concretezza delle cose essenziali.
    Piccoli angeli terreni hanno dipinto per me, hanno scritto poesie semplici ma profondissime per me, mi aspettavano ed esultavano di gioia quando mi vedevano. E a Natale non vedevano l’ora di consegnarmi un regalino pensato appositamente solo per me.

    Che cosa sono andata a fare in quell’Istituto di disabili? Solidarietà donata o ricevuta?
    A volte, con vergogna nascosta, mi sembrava di desiderar di andare da loro più per ricevere il loro affetto, che per dar loro la mia insignificante presenza!
    Ma poi mi sono accorta di quanto ero diventata importante per loro, e la relazione si è fatta sempre più libera e bella.
    Quando non ho potuto più frequentarli abbiamo sofferto tanto.
    Per lungo tempo hanno chiesto di me…ma poi, con profondo rispetto e silenzio, hanno accettato umilmente il distacco, insegnandomi una dignità che solamente chi ne è privato, la conosce.

    Sì… “MUTUA” (paradossalmente) SOLIDARIETA’.
    Per uno strano periodo della mia vita, ho creduto di andare IO, a far visita a dei ragazzi rifiutati dalle loro famiglie. Andavo principalmente per tentar di colmare i loro vuoti, per cercar di portar loro un po’ di gioia negata. Ma poi, piano piano mi sono accorta di quanto invece ricevevo.
    Il desiderio di semplicità, verità, affetto ricambiato, è stato un’indispensabile medicina per curare il dolore immenso dell’affetto perduto delle persone care.

    Una medicina, o un fiore….che arriva spontaneo e che si rivela poi necessario….necessario alla rinascita della vita dentro e fuori di noi.

    Grazie di cuore.

    Rita/Nives

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