Paolo Rumiz e ciò che ci serve per essere ‘davvero’ liberi

Ha un sapore speciale questo 4 maggio. Porta con sé una gioia leggera per ciò che finalmente possiamo fare, tiene in serbo una dose di ansia, per questi rapporti umani condizionati dalla preoccupazione del contagio.
Di sicuro, però su questo giorno soffia il vento di una libertà possibile e ritrovata.
E a proposito di libertà, vorrei accompagnare questo giorno con la preghiera laica che ha scritto quest’anno un grande giornalista, scrittore e viaggiatore, Paolo Rumiz, in occasione del 25 aprile di quest’anno così impensabile, per Robinson di Repubblica.

Una preghiera che ci mostra quanta libertà ci mancasse, quando pensavamo di averne, e quanta dobbiamo conquistarfne ora che siamo in questo spazio inedito, di crollo, ma anche di possibile rinascita, di paura, ma anche di potenziale cambiamento.

Dobbiamo liberarci
dalla corsa folle che ci ha intrappolati e dal credere che il tempo
sia solamente denaro; dalla bramosia del superfluo;
dalla tirannia delle cose, che ci allontana dall’Uomo;
dall’illusione che il possesso sia sufficiente a renderci felici
dall’indifferenza verso l’albero, il fiore e la lucertola;
dall’idea che la terra madre sia una vacca da mungere fino allo sfinimento;
dalla manipolazione della natura e dall’illusione che il genio,
una volta disturbato, possa restare nella lampada
dall’inflazione indecente dell’Io, dal dimenticare che esiste anche il Noi,
e che senza comunità non c’è società né nazione;
dalla tentazione di svendere la nostra libertà pur di avere un’illusione di sicurezza;
dall’istinto bestiale di fare giustizia da sé
dalla tentazione di essere sudditi e piegare la schiena;
dalla rassegnazione che impedisce la lotta;
dalla paura di una nuova immaginazione del possibile;
dal concepire la fine del mondo piuttosto che la fine dell’economia del consumo e del saccheggio
dalla Bestia che ci spinge contro il diverso;
dalla paura di rispondere ai violenti con parole dure;
dal gridare “assassini” ai medici per poi esaltarli come eroi;
dall’abuso della parola “guerra”
che ci fa credere che il male sia cosa che riguarda solo gli altri
dalla tentazione di credere che da soli è meglio e che l’Europa sia un peso, non uno scudo
benedetto; dal disamore per la nostra patria e dalla fuga in paradisi artificiali;
dallo scaricare il nostro disastro di nuovo sulle spalle delle donne
dalla bestemmia di scomodare Iddio per assolvere e santificare ruberie;
dalla tentazione di usare la Croce contro i poveri cristi;
dal credere di non essere tutti sulla stessa barca e dalla presunzione
di non poter mai diventare poveri e migranti
dal tacere la morte, vissuta come indecenza;
dallo spregio per le mani ruvide e il sudore della fronte;
dallo snobbare chi in silenzio garantisce il nostro nutrimento;
dalla mancanza di rispetto verso il pubblico ufficiale, dal maestro allo spazzino
dalla sottomissione al virtuale che occulta la vita e ruba la gioia del ritrovarsi;
dall’impazienza, nemica dell’ascolto e della tolleranza;
dal frastuono che stordisce gli uomini e uccide il silenzio,
che è il padre dell’armonia e della Creazione
dalla rinuncia a dedicare tempo ai nostri figli e a crescerli
con l’esempio, le regole di vita e la buona narrazione;
dall’emarginazione dei vecchi, portatori di memoria;
dallo scandaloso sfruttamento dei giovani e dal disprezzo per chi li educa
dal rifiuto della nostra fragilità e dei nostri limiti, la cui accettazione è invece saggezza;
dal sottovalutare i piccoli gesti, che fanno la differenza;
dal credere che la felicità sia solo un diritto, quando il sorriso è un nostro dovere verso il mondo.

                                                 Paolo Rumiz

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