Pace: Domenica 20 marzo a Romena per sperare insieme

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Domenica 20 marzo vi aspettiamo a Romena intorno al focolare colorato di una parola che, mai come ora, sentiamo preziosa: Pace.
Sarà una giornata che dedicheremo a riflettere, a condividere, a sperare insieme.
Una giornata in cui l’ingrediente principale sarà l’energia dell’incontro e la bellezza del rivedersi.  Con questi semplici strumenti cercheremo di affrontare insieme questi venti di guerra, con il carico di dolore, di disperazione, di paura, che ogni guerra porta con sè.
Il primo momento arriverà alle ore 11, quando Gianni Novello guiderà  la “Preghiera della pace”. Gianni Novello è uno dei responsabili storici di “Pax Christi”, imovimento internazionale per la pace, e nella sua vita ha camminato a fianco di alcune straordinarie figure di pace, da Frère Roger di Taizè a Tonino Bello.
Nel primo pomeriggio, alle ore 14.30, ci troveremo in auditorium per un incontro che conterrà interventi, testimonianze, letture sulla pace: vi racconteremo storie e percorsi di accoglienza, vi proporremo poesie e canti sulla pace.
Sarà nostro ospite Don Renzo Pulidori. Don Renzo è un sacerdote ‘giovane dentro’ nonostante i suoi 101 anni e mezzo, perché con gli anni ha mantenuto, anzi rafforzato, la sua capacità di meravigliarsi e perchè ha una fede giovane, aperta, profetica. Ma Renzo è anche un uomo che può parlare a ragion veduta di pace, avendo conosciuto da vicino gli orrori della seconda guerra mondiale.
La giornata si concluderà (ore 16.30 circa) con la Messa che questa volta più di sempre, ci aiuterà a riflettere e meditare sull’esperienza di questo drammatico periodo.
Ma la cosa più preziosa di questa domenica sarà poterla vivere insieme. Vi aspettiamo!
Ps. Sull’organizzazione della giornata ulteriori info su http://www.romena.it.

Giorgio La Pira e la diplomazia della fede.

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Cosa avrebbe fatto La Pira in questa situazione? Avrebbe marciato, Bibbia in mano, verso Kiev? Oppure avrebbe chiesto udienza al Cremlino? Chi lo ha conosciuto non ha dubbi: “il sindaco santo” si sarebbe messo in gioco senza indugi. Questo era il suo modo di vivere la politica e la fede: che per lui avevano la stessa radice.
In questa fase drammatica della guerra, mentre la diplomazia sembra non trovare strade, l’insegnamento di Giorgio La Pira appare ancora più preziosa. Per questo ho interpellato Riccardo Bigi, giornalista di Toscana oggi e scrittore, autore di una bellissima biografia del sindaco di Firenze.

Riccardo, come potete vedere in questa intervista online, ci dimostra l’assoluta attualità del messaggio di La Pira e la sua capacità di rompere gli schemi delle relazioni internazionali in maniera dirompente, in nome del dialogo e della pace.
Negli anni Sessanta il sindaco di Firenze creò ponti di dialogo tra tutte le città del Mediterraneo, si inserì nei delicatissimi ingranaggi della guerra fredda, trovò strade inedite per favorire i percorsi di pacificazione nel Nord Africa, cercò di fermare il conflitto in Vietnam con uno storico viaggio e un colloquio con Ho Chi Minh.

La sua diplomazia della fede, del dialogo e della preghiera resta uno straordinario riferimento e un’eredità preziosa per questi momenti tormentati, in cui sembra che il tunnel della guerra non trovi vie di uscita.

La conversazione su La Pira prosegue il cammino di “Pace”, il cammino quotidiano di letture, interviste, testimonianze realizzato dalla Fraternità di Romena, per trovare tracce di senso e segnali di speranza in questi giorni di dolore, di paura e di guerra.

“Pace”: un cammino di testimonianze per cercare segnali di senso e di speranza.

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“Il Signore vi farà capire che non potete risolvere voi tutte le ingiustizie, però potete porre dei segni di speranza, accendere delle luci, far risuonare dei rintocchi di campana…”
Dal momento in cui è iniziata questa guerra abbiamo prima condiviso questa frase di Tonino Bello tratta dal libro “Il fuoco della pace” e poi cercato di renderne vivo il contenuto.

E’ così iniziato “Pace” un percorso di letture, testimonianze, interviste cui affidiamo il compito di leggere in profondità questi giorni provando a trovare tracce di senso e segnali di speranza. Non vogliamo alimentare l’imponente flusso informativo sulla guerra, ma ricorrere a figure che sentiamo preziose o ispirate, di oggi o di ieri, per capire meglio la direzione di senso da da dare a questi eventi, per provare a comprendere come viverli senza sentirci schiacciati o impotenti. E magari per continuare a tenere accesa la luce della speranza.

Sul sito www.romena.it trovate, raccolte insieme, le primissime tappe del nostro cammino.
Sono, come potrete vedere, piccole proposte eterogenee: una poesia di Mariangela Gualtieri sulla parola “Noi”, un intervento di don Luigi Ciotti, un passaggio della conversazione con Derio Olivero a Romena, un’intervista a don Mauro Frasi, che da tanti anni ospita nella casa famiglia di Montevarchi persone in fuga da tanti conflitti (guerre contro la povertà, il disagio sociale, la solitudine) e che ci spiega il senso e il valore della parola accogliere.

Domani proseguiremo il viaggio parlando di una singolare figura di sindaco e di cristiano che negli anni della guerra fredda sapeva dialogare con i potenti: in un momento di crisi di ogni via di dialogo, evocare la figura di Giorgio La Pira può essere prezioso.

E poi avanti, passo dopo passo, ogni giorno, con altri interventi, per camminare insieme, per sentirci vicini, sperando che questo percorso possa presto sfociare concretamente nella parola che lo ha ispirato: “Pace”.

Un incontro con Derio Olivero: pace, umanità e bellezza contro i venti di guerra

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Sono giorni impensabili, giorni di una guerra assurda e vicina. Sono anche giorni in cui la speranza va presidiata, in cui è urgente più di sempre incontrarci e riconoscerci nei valori essenziali.

Domenica prossima, 27 febbraio, ore 15, a Romena ospiteremo Derio Olivero, Vescovo di Pinerolo, un uomo di fede dagli orizzonti aperti, capace di parole e di gesti che sanno di futuro. Nell’incontro con noi, il Vescovo ci porterà anche riflessioni acute su ciò che stiamo vivendo, su quello che può significare, sulle energie di vita che possiamo attivare, aldilà del senso, inevitabile, di impotenza che sentiamo.
In questi giorni il Vescovo Olivero è a Firenze insieme a Vescovi e sindaci del Mediterraneo e il tema della pace è al centro di un confronto cui domenica parteciperà anche Papa Francesco. Olivero raggiungerà Romena con nel cuore il mosaico di esperienze, di vissuti, di proposte che si svilupperanno nella città toscana.

Di sicuro questo vissuto di incontri impregnerà anche il tema che aveva scelto molto prima dell’escalation di tensione e di dolore di questi giorni. Ci aveva proposto di “Ricominciare dalla bellezza” e di sicuro saprà condurci sulla scia di una bellezza piena di umanità e di pace, agganciandola al sentire di questi giorni, e alla sua maniera: in un modo diretto, coinvolgente, con la capacità che ha di saper toccare con le parole la vita delle persone.

Non è mai venuto a Romena, il Vescovo Derio, ma fin dai primi contatti (in particolare il bellissimo incontro online di un anno fa) abbiamo capito quanto sia grande e e fecondo il terreno che abbiamo in comune.

Anche lui, come tanti viandanti di Romena, è passato attraverso la porta stretta di una crisi durissima: due anni fa, fu uno dei primi ad ammalarsi gravemente di Covid, è stato per molti giorni tra la vita e la morte. Da quella porta stretta è uscito con una voglia di vita centuplicata e con un bisogno profondo di cogliere la bellezza del vivere, il valore delle relazioni e l’importanza, per lui,uomo di fede, di affidarsi a un Dio che abbraccia.

Sarà prezioso trovarsi domenica prossima, nel nostro auditorium, per accogliere parole di vita, di speranza, di fiducia, parole che facciano da contr’altare concreto a questo tragico orizzonte di guerra.

Quello sguardo gentile, proteso verso l’infinito


“Dove ci condurrà la vita? Che importanza ha saperlo se sei certo che là dove ci conduce c’è un amore”. Ogni tanto risento nel cuore questa frase. Mi accompagna, mi incoraggia, mi dà forza. Oggi questa frase acquisisce un significato particolare, perchè il suo autore si è sporto oltre il limite, e ha potuto immergersi in quel mare d’amore di cui sentiva, nel cuore, certezza.
Carlo Molari ci ha lasciato stamani, a 93 anni. Carlo era un teologo, un meraviglioso teologo, ma era anche un uomo buono, acuto, intelligente, saggio. A Romena abbiamo avuto il privilegio di incontrarlo e di ascoltarlo diverse volte: ogni volta la sue parole aprivano spazi nuovi, dilatavano gli orizzonti.
Ma il ricordo più bello, quello con cui voglio salutarlo insieme a voi, oggi, risale al giorno in cui pronunciò quella frase. Era il luglio 2001. Eravamo in un grande prato vicino Camaldoli. Romena festeggiava il suo decimo anno concendendosi un cammino di incontri. A Carlo avevamo chiesto di parlarci dello ‘stupore di vivere”.
“Aver fede in Dio – disse – non significa sapere cosa è Dio perchè noi non possiamo saperlo. Aver fede in Dio vuol dire sapere che ciò che è in gioco nella nostra piccola storia è molto più grande di quello che siamo, perché contiene anche tutto quello che saremo. Questo significa vivere la fede in Dio: non pretendere di sapere cosa è Dio. E questa io credo sia la ragione più grande dello stupore, per cui ogni piccola novità che emerge non suscita stupore per quello che è, ma per l’immenso di cui fa presagire l’esistenza. Lo stupore diventa quindi l’attesa di quello che non è stato ancora conosciuto, amato, vissuto”.
Le mani accompagnavano la sinfonia di parole del teologo, che si faceva accompagnare nel suo spartito dai colori esplosivi della foresta al risveglio, dai rumori del sottobosco, dal profumo di quell’aria limpida che sem- brava fatta di cielo.
Volammo nell’infinito insieme a Carlo che, prima di planare, ci restituì alla nostra giornata donandoci quella indimenticabile carezza: “Dove ci porterà il cammino della vita? La lettera agli Ebrei dice che “Abramo partì senza sapere dove andare”. E’ questo senza sapere che è fondamentale.
Dove ci condurrà la vita? Che importanza ha saperlo se sei certo che là dove ci conduce c’è un amore…”
Grazie Carlo. Il tuo sguardo gentile, sempre proteso verso l’infinito, resterà sempre con noi.

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Ritornare alle radici del messaggio cristiano

Nei giorni scorsi il settimanale della nostra Diocesi “La Parola di Fiesole”, mi ha intervistato sul cammino sinodale in corso.
Io non mi sono mai sentito ‘interno’ alla Chiesa e alle sue dinamiche, il mio percorso di vita è legato essenzialmente all’esperienza di Romena, che mi ha dato la possibilità di vivere un cammino di ricerca aperto e di incontrare da vicino tante testimonianze di vita e anche di fede.
Ho provato perciò a esprimere semplicemente ciò che sento e ciò che mi hanno trasmesso i tanti viandanti che vengono qui. Il senso è questo: secondo me la Chiesa dovrebbe semplicemente riscoprire la rivoluzione d’amore proposta da Gesù. E quindi riproporre querl messaggio alle sue radici, liberandolo da quel bagaglio di precetti e di moralismi che sono emersi nella tradizione e nella storia, ma che quel messaggio non contiene.
Qui di seguito potete scaricare e leggere l’intervista…

“Ne vale sempre la pena”

Gli ultimi tre giorni sono stati scanditi da altrettate scomparse improvvise che ci hanno toccato il cuore.
Prima se ne è andato Michele Ammendola, il ristoratore di origine napoletana che a Bologna animava una pizzeria-etica, il “Porta pazienza”: vi lavoravano persone con fragilità, vi si realizzavano progetti di sostegno alle attività antimafia, vi si poteva offrire una pizza ‘sospesa’ agli indigenti.

Poi è arrivata la notizia di Silvia Tortora, una bravissima giornalista, popolare anche a seguito di tutte le battaglie affrontate per riabilitare il padre Enzo dal triste errore giudiziario di cui era stato vittima (il popolare conduttore era stato accusato di associazione camorristica e poi assolto).

E oggi David Sassoli, un politico gentile, che da giornalista competente e appassionato aveva saputo diventare un uomo delle isitituzioni mantenendo gli stessi tratti di sensibilità umana, di coinvolgimento sincero, di passione trasparente.

Tre persone, tre storie, tre perdite enormi. Nessun tratto apparente in comune. Eppure è come se questi dolori, per la loro contemporaneità, volessero parlarci, insieme.
Perchè queste tre vite finite tutte prematuramente, sono vite che avevano ben chiara la loro direzione: tutte e tre puntavano dritte verso un orizzonte di verità, di giustizia, di solidarietà umana.
Ciascuno di loro aveva, a suo modo, nella mente e nel cuore, l’idea che si potesse fare qualcosa, che si dovesse fare qualcosa e che quel qualcosa non riguardasse solo il recinto delle loro esistenze.

Un grande pianista, Michel Petrucciani, che aveva saputo trasformare in arte i limiti del suo corpo minuto, usava una frase come slogan di vita: “Ne vale sempre la pena”.

Per Michele, Silvia, David, non era inutile gettarsi nella mischia, non era inutile rincorrere un ideale, non era inutile sognare e magari provare a realizzare concretamente, anche se solo a minuscoli pezzi, una società più aperta, più accogliente, più equa.

Viviamo una fase del vivere sociale lacerata e confusa, sembra che il meglio invece che attenderci ci preceda sempre, abbiamo perso di vista non solo l’orizzonte, ma anche la voglia di cercarlo.
E forse questo è proprio il messaggio che ci arriva, intriso di dolore e di sgomento, da queste tre scomparse: basta autocommiserarci e rimproverare le circostanze avverse o i tempi sbagliati, basta chiuderci nei nostri individualismi, basta pensare che nulla serva, che ogni sforzo sia vano.

La vita si compie non nella sua durata, ma nel suo senso.
“Ne vale sempre la pena”: Michele, Silvia e David ci salutano, insieme, sulla scia meravigliosa di questo messaggio.

Diario di Romena, il “gioioso saluto” di Paolo Coccheri

 

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“Un gioioso saluto”. Finivano così le sue telefonate. E non ho dubbi che Paolo si sia congedato così dalla vita, quella vita che viveva con passione e entusiasimo soprattutto dal momento in cui aveva deciso di viverla donandosi e donandola.

Paolo Coccheri ci ha lasciato ieri. Aveva 85 anni. Attore e regista teatrale, personaggio sempre fuori schema, circa 40 anni fa aveva mollato tutto per seguire le strade della povertà in sandali.

Aveva creato le “ronde della carità” per dare cibo e assistenza ai senza tetto di Firenze e poi aveva girato l’Italia per seminare quest’idea (oggi le sue ronde operano in oltre 70 città).
Negli ultimi anni diceva di essersi ritirato ma da “eremita metropolitano”, così si definiva, continua a restare immerso nel vortice della vita sociale: si teneva informato su tutto e spesso interveniva pubblicamente sulle questioni pubbliche che più lo coinvolgevano.

Amava molto Romena: se leggeva in un giornale un richiamo a un incontro,  a un’attività o a una nuoiva pubblicazione della Fraternità, alzava subito il telefono e mi chiamava per farmi i complimenti, e per indirizzarli a don Luigi. Era entusiasta delle esperienze di fede più innovative e più fresche, soprattutto di quelle esperienze che davano fiato alle persone più sofferenti.

Una volta lo chiamai a portare una testimonianza alla Compagnia delle arti di Romena. Era un momento delicato nella vita del gruppo: Paolo ci infervorò di entusiasmo con il suo stile sempre un po’ teatrale e ci trasmise il fascino delle sue spedizioni mattutine e serali per dare un conforto concreto ai poveri e ai senzatetto. Non era quella la strada del gruppo, chiamato a portare un sorriso creativo nelle case di riposo e nei centri disabili, ma quella sua spinta funzionò lo stesso.
E nelle sue telefonate–fiume ricche di racconti, di aneddoti, di citazioni sempre appropriatissime, si informava sempre sullo stato di salute del gruppo.

Paolo aveva una vivacità mentale e una carica umana incredibile: era un fiume in piena, dilagante, festoso, irriverente. Un uomo speciale, che sprizzava energia da tutti i pori, con una fede bambina, semplice, viva. Accanto all’attenzione verso gli ultimi, coltivava una passione luminosa verso la sua città, Firenze. Forse perché la sua fede era nata da una lettura su La Pira, il sindaco ‘santo’, sentiva come una sorta di missione il bisogno di proteggere la bellezza e i valori di questa città.

Nei nostri incontri fiorentini, spesso Paolo mi chiedeva di portargli qualche copia di un piccolo libro da noi pubblicato; “La forza della leggerezza”, di Arturo Paoli. Lo acquistava per regalarlo alle persone che incontrava. Lo avevano colpito lo stile e le parole dell’anziano missionario lucchese. Erano ‘cibo per l’anima’ che alternava a quello per il corpo, che distribuiva con le sue ronde.

Voglio immaginare che proprio  ‘la forza della leggerezza’ sia stato il carburante di questo suo ultimo viaggio.Non ce lo potrà raccontare, e questo, oggi, è forse il suo unico rammarico.
Ma sono certo che in qualche modo, per qualche strada, riuscirà a farci arrivare il suo saluto.
Gioioso, ancora più di sempre.

 

Diario di Romena – Claudia, Irene e la forza sorprendente della vita

Domani, domenica 1 agosto, ore 15.30, tornano a Romena Irene Sisi e Claudia Francardi, due donne meravigliose, due amiche speciali che sette anni fa ci regalarono una delle pagine più emozionanti e coinvolgenti della nostra storia. All’epoca le accompagnò una giornalista, Lucia Aterini, che ora ha raccontato la loro storia in un libro, “La goccia che apre le ombre”.
E il libro ci ha dato l’occasione, ma in fondo anche il pretesto per invitarle di nuovo.
Credetemi, fidatevi: è un’occasione per tutti noi; da non mancare.

La storia di Irene e Claudia nasce da una tragedia, la morte dell’amatissimo marito di Claudia, Antonio Santarelli, maresciallo dei carabinieri, a un posto di blocco, ferito mortalmente da un giovane, Matteo, il figlio di Irene.
Questa storia terribile, che mantiene intatta la sua scia di dolore, ma che è stata trasformata da queste due donne anche in occasione di riconciliazione e di crescita, ci riguarda molto di più di quanto crediamo, riguarda il senso del nostro cammino di vita, della nostra fede.

Per provare a mostrarvelo mi faccio aiutare da una riflessione di Giovanni Vannucci. In un suo incontro il monaco delle Stinche utilizza le leggi della fisica per spiegarci come si muove la vita.
Prendete una pietra, ci dice, e poi lasciatela. Cade a terra, naturalmente, per effetto della legge di gravità.
Guardate invece una pianta. Ha un peso simile a quello di un solido, ma un movimento contrario: non scende giù, ma sale, indirizzando verso l’alto i rami e le foglie: è la vita che ha dentro che fa la differenza. Ciò che è inanimato si muove verso il basso, ciò che è vivo segue direzioni diverse: “La vita – ci dice Vannucci – consiste in una prodigiosa violazione di tutte le leggi del mondo fisico”.

Nella nostra realtà quotidiana la forza di gravità è rappresentata dai mille motivi che ciascuno di noi ha per scivolare giù: pesantezze, limiti, paure, destini avversi. Un pool di forze che, con concentrazioni diverse, ci invitano a mollare, a lasciarci cadere. Questa corrente dal pollice verso, specie quando le cose non vanno, ci sembra la più naturale, inevitabile come una legge della fisica.
Eppure, se ci guardiamo intorno, ci accorgiamo che non è tutto così scontato: anzi notiamo spesso che proprio dove il peso delle situazioni negative cresce, sale anche la spinta ad opporvisi, che dove sembra inevitabile la disperazione, trova spazi imprevisti la speranza.

Nella storia di Irene e Claudia la forza di gravità sembra inarrestabile. Le due donne sono divise da una tragedia pesantissima che le vede su versanti opposti. Sentimenti come diffidenza, rabbia, risentimento, risulterebbero in fondo naturali, sono la reazione che troveremmo inevitabile.

E invece queste due donne ci mostrano che si può invertire la direzione, che invece di accettare la spinta verso il basso, si può cercare di ‘violare le leggi della fisica’. E se ci si riesce, con tanta fatica di sicuro, però la vita rinasce, la vita torna a sbocciare.

La loro vita non è rimasta bloccata sulla rigidità di un dolore immenso e di un fatto irreparabile, ma, pur continuando a fare in conti con quella sofferenza, è ripartita, è ricominciata, ha trovato nuove strade. Il loro è un esempio: difficilissimo da replicare, certo. Ma è importante lasciarsi ispirare, leggere ciò che è loro accaduto, trasportarlo nelle loro esistenze, nei nostri quotidiani, nei nostri piccoli e grandi dolori, nei risentimenti che ci bloccano.
E imparare, piano piano, grazie anche a esperienze come la loro, a fidarci del movimento della vita.

 

Diario di Romena – il ricordo di Giovanni, il nostro fratello maggiore

Il diario di oggi è dedicato a Giovanni, il “nostro” Giovanni. In occasione dei nostri 30 anni infatti, non possiamo non ricordare uno dei fondatori del nostro cammino, Giovanni Abignente.
Il 25 luglio del 2003, esattamente diciotto anni fa, Giovanni lasciò che il suo respiro continuasse nei nostri pensieri. Il suo se l’era preso, come ultimo reso, quella terribile malattia che era entrata nella sua vita come un uragano implacabile.

Giovanni era stato uno dei primi a credere nella nostra avventura. Era da poco arrivato in Casentino da Napoli, insieme alla sua famiglia, e subito si era messo a disposizione della Fraternità.
Era psicologo, e divenne presto un riferimento per tanti giovani viandanti che tranistavano già allora dalle nostre parti; insieme alla moglie Maria Teresa, che poi ha continuato e continua a camminare con noi, aveva poi cominciato a condurre incontri e corsi sul tema dell’affettività, sulle radici, sulle relazioni di coppia.
Ma soprattutto Giovanni era il nostro fratello maggiore, un riferimento sicuro per tutti noi.

In questo anniversario della sua prematura scomparsa voglio ricordarlo con la lettera aperta che gli ho indirizzato inserendola nel libro Romena – porto di terra, che racconta i nostri trent’anni.

“La vita è un minuzzolo di tempo concesso alla nostra libertà per imparare ad amare”.
Me lo ripeti ogni giorno, sporgendoti da quella foto appoggiata sulla mia libreria. So che la pensi così, so che hai vissuto così. E so anche che non mi stai ammonendo. Me lo stai semplicemente ricordando.

La foto, che ti ritrae accanto all’Abbé Pierre, è stata scattata in quel viaggio che facemmo insieme, a Parigi, con Gigi, Antonio e Mireille, poco prima che la malattia ti invadesse senza darti scampo.
Avevi 50 anni e poco più, una moglie da amare, tre figli da continuare a veder crescere. Ottimi motivi per restare. Ma anche nessuno per avere rimpianti.
“La vita – dicevi – è stata generosa con me”.

Sono passati molti anni, quasi venti. Chissà cosa faranno tutti quei giovani cui hai offerto un supporto psicologico per affrontare le loro crisi, quelli che dopo il corso non ce la facevano a salire in groppa alla loro vita senza un aiuto in più, chissà quanto sono serviti i tuoi inviti a custodire l’amore nei tuoi incontri sulle relazioni di coppia. Chissà quanti hanno rischiarato le loro vite appannate grazie ai tuoi sguardi rasserenanti e alle tue parole acute, scelte sempre con cura.

So che quel minuzzolo di tempo lo hai speso senza mai risparmiarti, offrendoti nel tuo stile, con garbo, senza far rumore.

Giovanni, se con te la vita è stata generosa, con noi, che ti abbiamo incontrato,
lo è stata di più.