La prima domanda di Dio


gianni_marmorini_600x400Uomo dove sei?
L’interrogativo che dà il titolo alla tre giorni di incontri che si apre stasera a Romena ha un valore speciale: è infatti la prima domanda che il Dio della Bibbia pone all’umanità, per mezzo di Adamo.
Ma che cosa vuol sapere esattamente Dio da ciascuno di noi? L’altra domenica ho chiesto a don Gianni Marmorini di aiutarci a capire il senso profondo di questa domanda, calata nel contesto biblico.
Gianni, grande amico di Romena, da diversi anni si getta nell’immenso mare biblico con una passione e una dedizione assoluta, e ne esce con tante perle di una sapienza semplice, accessibile, vitalizzante.  Ogni volta che lo ascolto mi rendo conto di quanto non solo il suo innamoramento sia coinvolgente, ma anche di quanta inesauribile ampiezza contengano quei testi che lui oggi legge nelle lingue originali e su cui si documenta attingendo alle fonti più qualificate.
Così l’intervento tenuto da Gianni a Romena sulla domanda di Dio: Uomo dove sei? mi ha davvero permesso di sentire addosso con più energia, con più forza, con tutta la sua attualità, quella domanda. Per questo mi sembre utile condividere almeno una parte di quell’incontro, mantenendo l’informalità che ha avuto. Mi sembra una validissima premessa per “Uomo dove sei?” ma anche un contributo prezioso per le nostre vite, perché come ci spiega Gianni, dietro quella domanda, c’è la richiesta da parte di Dio, di una assunzione di responsabilità di ogni uomo per le sue azioni, per le sue scelte. Per la direzione che dà alla sua vita… Buona lettura!

 

Uomo dove sei?Uomo dove sei HOME
di Gianni Marmorini

Dove sei? E’ la prima domanda che Dio fa all’uomo ma, per entrare in questa domanda, fondamentale è il contesto, è cercare di capire davvero cosa voleva comunicare Dio.

La storia la conosciamo bene: Dio crea Adamo, lo mette nel giardino e subito, e questa è la prima cosa che Dio dice all’uomo, afferma:”Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male tu non devi mangiare perché nel giorno in cui tu mangerai tu dovrai morire”.
Bisogna capire bene questa premessa: nel giardino hanno tutto (in realtà quando Dio dice queste cose Eva ancora non c’è, arriverà subito dopo), comunque hanno tutte le possibilità davanti a loro, ma non possono mangiare di un solo albero, hanno cioè un limite.

L’uomo fin dall’inizio è contrassegnato nella Bibbia non dalla totalità, ma dalla quasi totalità, dall’imperfezione: accetterà l’uomo questa condizione?

Il timore della propria nudità

La Genesi ci racconta dell’arrivo del serpente e della sua capacità, con un abile gioco di parole, di ingannare Adamo ed Eva spingendoli a mangiare questo frutto proibito.
Stranamente, dopo questo gesto, non succede quel che Dio aveva promesso:”certamente dovrai morire”. Adamo ed Eva non muoiono ma si nascondono quando sentono arrivare Dio e verosimilmente possiamo pensare che si nascondano per la paura di aver disobbedito. Infatti nella Bibbia viene detto: “Poi udirono il rumore dei passi del Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascose dalla presenza del Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino”.
E’ quindi inevitabile pensare che si nascondano perché sanno di aver sbagliato. Ed ecco che arriva Dio e la sua prima domanda rivolta all’uomo: “Dove sei?” cui Adamo risponde così: “Ho udito la tua voce nel giardino, ho avuto paura perché sono nudo e mi sono nascosto. “Chi ti ha fatto sapere – riprende Dio – che sei nudo? Hai forse mangiato dell’albero della conoscenza?” E l’uomo:
“ La donna che tu mi hai messo accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”

Adamo ed Eva si nascondono non perché pensano di aver fatto arrabbiare Dio, ma perché hanno vergogna della loro nudità: è strana questa cosa se ci pensiamo bene, non compare mai in questo racconto il dispiacere per aver disobbedito e aver mangiato il frutto proibito, non chiedono mai scusa, non chiedono mai il perdono.
C’è un solo problema che assilla Adamo e Eva: che sono nudi e che si vergognano; pensiamoci a questa cosa perché è una chiave di lettura molto importante. L’uomo non prova pentimento, ma sente solo il problema della nudità, che nel gioco del racconto, è un problema strano perché cosa vuol dire avere vergogna o paura della propria nudità? cosa vuol dire in questo contesto?
Quindi c’è questo strano gioco: mentre noi siamo stati abituati a leggere tutto il racconto sulla base dell’obbedienza e disobbedienza, sulla colpa di aver mangiato qualcosa di proibito, il racconto non fa che correre lungo il punto di vista della vergogna, della propria nudità.

E d’altra parte anche Dio sembra arrabbiato o innervosito, poi vedremo meglio, ma non perché hanno disobbedito a lui, piuttosto perché hanno mangiato di questo albero.
Dio dunque non si vendica, non mantiene la promessa di morte. Li caccia dal Paradiso, certo, ma prima di farlo compie un gesto: “il Signore Dio fece all’uomo e a sua moglie tuniche di pelli e li vestì. Poi il Signore disse -Ecco l’uomo è diventato come uno di noi quanto alla conoscenza del bene e del male-…”
L’ultima cosa che Dio fa prima di mandarli nel mondo, fuori dal giardino, è che gli fa addirittura dei vestiti: qui viene proprio usato il verbo ‘fare’, come a volerci far immaginare che Dio, manualmente, prenda delle pelli di animali e cucia delle vesti. E’ veramente particolare questo e dovremmo chiederci: è un Dio arrabbiato? che la fa pagare? così come dovremmo chiederci: è un uomo pentito per quello che ha fatto?
La percezione che noi abbiamo di questo episodio è allora quasi del tutto inappropriata, perché nel racconto non viene mai detto che l’uomo è pentito di aver mangiato, né viene detto mai che Dio è arrabbiato per la mancanza di obbedienza: invece la nostra lettura è sempre corsa su questo doppio binario del senso di colpa, che nel racconto invece non c’è mai, e dell’obbedienza a Dio e alla sua autorità, che nel racconto non c’è mai.

Dove sei? è una domanda sulla consapevolezza del nostro vivere

E allora che senso ha fare questa domanda? E’ ovvio che Dio sapeva bene quel che era successo, come sapeva bene dove era Adamo, ma questa è una domanda che ha un altro significato.
Nella comunicazione in genere chi domanda fa una cosa speciale: vuole coinvolgerci, vuole che prendiamo coscienza. Chiedendo ‘Dove sei?’ qual è la coscienza che Dio vuole che Adamo e Eva facciano propria? In fondo altre domande sarebbero state migliori, del tipo ‘cosa hai fatto?’ questa li avrebbe fatto ragionare sull’azione che avevano commesso oppure ‘perché ti nascondi? perché non ti vedo?’ E’ questa poi una domanda che viene fatta al mattino, alla brezza del mattino.
Dio cosa voleva che si mettessero a pensare Adamo e Eva?
Forse Dio non aveva in mente di far loro prendere coscienza che avevano disobbedito, in fondo lo sapevano già. Ma chiedendo ‘Dove sei?’ è come se Dio chiedesse: ‘Ti stai rendendo conto di dove ti fa vivere quello che hai fatto? Hai capito cosa determina nella tua vita la tua scelta, la tua azione, il tuo modo di fare?’ E’ una domanda importante questa, è diversa, perché se fosse stata una domanda sul che cosa hai fatto (quella verrà dopo), allora sarebbe stata una domanda che avrebbe messo l’uomo di fronte al suo senso di colpa, al suo errore.
Invece Dio gli chiede ‘Dove sei? renditi conto di dove ti ha portato il tuo vivere in un certo modo’. Cioè Dio non preme il pulsante del senso di colpa, ma vuole che l’uomo si renda conto di cosa determina in lui il vivere senza un limite, senza accettare uno stop.

E il vivere senza uno stop provoca vergogna: ci sarebbe stata meglio la morte a questo punto, cioè sarebbe stato meglio se Adamo ed Eva fossero morti e Dio magari avesse anche dovuto rifare la creazione; intanto sarebbe stato coerente con le parole che Lui stesso aveva detto mentre in questo modo sembra quasi che il serpente sia stato più veritiero: “non morirai di certo, anzi sarai come Dio, potrai scegliere il bene e il male”, cioè sarai un assoluto.

La domanda di Dio ha invece proprio questo senso, quello di portare l’uomo non tanto a pensare a quanto è stupido o a quanto ha sbagliato, ma a rendersi conto di cosa diventa la sua vita quando sceglie di vivere in un certo modo o in un altro. La morte, dicevamo, sarebbe stata più coerente con le parole che aveva detto Dio all’inizio e invece troviamo che tutto è più coerente con le parole del serpente: Adamo e Eva non muoiono, ma diventano capaci del principio della libertà, del principio dell’assoluto.
Ma poi cosa vuol dire questa vergogna della propria nudità? Forse qui il rischio è quello di spingerci troppo nel mondo della psicologia, che certamente ci potrebbe aiutare: vergogna e nudità sono dei simboli, sono nella nostra natura, ma dobbiamo stare attenti, perché ai tempi della Bibbia non si ragionava come noi oggi; chi ha scritto questi racconti non aveva in testa la consapevolezza che noi oggi possediamo, non aveva in mente le nostre categorie e quindi dovremmo cercare di scoprire cosa fossero la vergogna e la nudità ai tempi della scrittura della Bibbia.

La vera paura dell’uomo è la sua imperfezione

A questo punto mi viene sempre in mente un episodio biblico legato alla nudità: il famoso episodio di Davide e Golia. Saul sta combattendo contro i Filistei, ma c’è il campione dei Filistei, Golia, che è un gigante che non teme rivali, potentissimo, fortissimo e quando si decide di far combattere i campioni dei due eserciti, non c’è nessun soldato dell’esercito di Saul che voglia accettare questa sfida, perché Golia è troppo grande e forte.
Allora si presenta questo ragazzino, David, che poi avrà un futuro immenso ma è ancora uno sconosciuto, e dice: ” Lo affronto io”, ma è un ragazzino, anche piccolo di corporatura.
Saul per proteggerlo gli fa indossare la sua armatura, l’armatura del re, ed è una scena quasi comica, perché David la mette, ma gli sta grande, non riesce a stare in piedi, è troppo pesante per lui. Certamente lo renderebbe sicuro dai colpi che potrebbe ricevere, ma David chiede invece che gli venga tolta e, indifeso, prende la sua fionda e quei cinque sassolini e si avvia.

Sappiamo tutti come finisce la storia. Ecco, quando penso alla nudità penso sempre a questo episodio, perché nudo, nella sua accezione più biblica, significa ‘senza protezione’, non vuol dire nascondere le parti intime di noi, questi sono pensieri moderni che non esistevano a quei tempi. Si tratta invece di mostrare le nostre debolezze, le nostre fragilità, di non nasconderle, di non proteggerle.
In fondo, Adamo e Eva cosa proteggevano? la loro nudità era lo loro fragilità, quella del non essere riusciti ad accettare questo limite di cui Dio aveva li aveva messi in guardia, più che imposto. Noi uomini, in un primo momento, giochiamo sempre a fare i migliori di quel che in realtà siamo e poi, quando ormai non possiamo più nasconderle, quando ormai sono evidenti, giochiamo a proteggere con le armature le nostre nudità.

E’ un argomento che ci tocca tanto anche nei primi corsi di Romena. Soprattutto quando si va in un posto nuovo noi proteggiamo la nostra nudità con una bella corazza, con una bella armatura difensiva. E’ un armatura elegante, razionale, ma a volte è un armatura fatta di prepotenza, di arroganza, o all’apposto di timidezza, anche la timidezza a volte è una delle migliori armature.
Stare con le nostre nudità è sempre difficile, perché vuol dire esporsi al rischio di essere colpiti.

Cos’è che aveva attratto Adamo ed Eva delle parole del serpente? Il fatto di toglier loro ogni limite, di renderli uguali a Dio. Il serpente li invita a dire “no, non accettate questo limite: siate totali, siate perfetti”. Eva mangia perché vuol essere come dio, un’immagine di perfezione.
Non mangia per disobbedire ma per essere come Dio.
Che cosa fanno con quel gesto? Non accettano la propria povertà la propria fragilità.
Ma cosa succede dopo? Succede che quando si accorgono di poter fare tutto, di poter vivere secondo il proprio capriccio, cercando di di usare e di mangiare tutto quello che è a disposizione non diventano come Dio, non si trasformano, anzi vedono messa ancor più in evidenza la loro fragilità.

Quando Dio ci chiede dove sei? è come se riportasse la condizione a quello stato. Accetta di essere nudo, ci dice, è la vergogna che provi il problema, non il fatto che hai mangiato il frutto proibito o che hai disubbidito.

Nella vita siamo sempre alle prese con questo problema, in tutte le situazioni, per questo che è all’inizio della Genesi questo racconto. il nostro problema è di accettarci imperfetti e di accettare gli altri imperfetti.
In una famiglia i problemi reali, veri, quelli che fanno male, iniziano quando non siamo più in grado di sostenere e custodire l’imperfezione dell’altro o la nostra.
Nella vita i problemi veri derivano solo da questo, dal fatto che non ci piace essere imperfetti, la consideriamo una condizione di svantaggio e non, come forse viene presentata nella bibbia, una condizione reale, e di inizio.
Forse anche quella notizia che era la brezza del mattino credo che fosse una notizia importante: cioè affronta la vita ma sappi che non tutte le cose ti verranno bene, non tutti i rapporti ti daranno piena soddisfazione, non tutti i tuoi sogni si realizzeranno.
Tu provaci, ma non avere la pretesa della perfezione.
Così, quando dio chiede ad Adamo ed Eva dove sei? È come se li volesse rimettere di nuovo davanti all’albero dicendo loro: accetta di essere limitato, non averne paura.

E vorrei dire anche che senso ha quella copertura che Dio fa per l’uomo alla fine di questo episodio.
E’ difficile comprenderla.
Un accenno di perdono, un’idea di perdono c’è, ma c’è anche un’idea che certe cose nella vita vanno fatte con delicatezza, in maniera progressiva, non in maniera violenta.
Io credo che questa veste che dio mette su Adamo e Eva alla fine del loro incontro, ha questo significato: quello di creare un ambiente nel quale possano riprendere un cammino che li ha visti sconfitti.
Ad esempio l’ambiente di un primo corso è un tappeto di tenerezza dove le nostre nudità, la nostra debolezza, la nostra fragilità piano piano non abbiamo più voglia di nasconderle. Ma ciò avviene in un ambiente curato apposta, predisposto, avviene nell’abbraccio, avviene nello sguardo di occhi che ti guardano.

Con questa carezza Dio si congeda da Adamo e Eva. Poi la loro storia si perde, ma lo stesso tema ritorna molto presto, nella Genesi, con la storia di Caino e Abele. Anche Caino non accetta di essere imperfetto, non accetta che il suo sacrificio non venga accolto da Dio, e il non accettare il suo fallimento lo fa diventare nemico del proprio fratello fino a ucciderlo.
E così tutta la storia che prosegue. Perché gli uomini costruiscono la torre di Babele. Per andare in cielo dov’era Dio. Era una torre stile ziggurat dei babilonesi, con scale immense. Ma sapete cosa c’è in cima alla torre? Il tempio. La torre di babele non rappresenta una sfida a dio come spesso pensiamo. Rappresenta un volere essere come Dio, un volerlo raggiungere.
Questo è il problema che la Bibbia ci presenta di continuo. Che sia quello della nostra fragilità e la nostra imperfezione. Ci vogliamo mettere queste corazze, come quella di Saul, ma queste corazze quando anche riuscissimo a metterle addosso non ci fanno stare neanche in piedi. Solo liberi da queste corazze si può affrontare il nemico, accettare il rischio. Esporsi alla vita.

La Bibbia e il valore delle domande

La Bibbia contiene tante domande, nei Vangeli sono tantissime: sembra che Dio ci voglia parlare con le domande. Nel vangelo di marco quello che leggiamo quest’anno, ci sono almeno cento domande.
Su questo punto ci viene in aiuto anche la nostra cultura figlia della filosofia greca. Platone, Socrate e gli altri filosofi credevano che nell’uomo ci fosse tutto il sapere ma che ciascuno dovesse trovare le giuste domande perché ognuno di noi portasse in superficie questo sapere e ci appartenesse davvero, non solo a livello inconscio.

La domanda è veramente una iniezione di fiducia. Usa le domande solo chi ha fiducia, chi non ha fiducia non fa domande prova solo a dare risposte, spiegazioni, soluzioni per comprendere la vita e tutto quello che succede.
Come sarà la nostra vita davanti a tutte queste domande di Dio? Le domande ci possono far pensare al cammino che vogliamo fare. Credo che facendoci una domanda Dio ci chieda di scegliere, di prendere una direzione.
Proviamo allora a ripercorrere questa prima domanda che Dio fa all’uomo.
Dove sei? Ti stati rendendo conto di dove i principi della tua vita e le tue scelte ti stanno portando? Non è colpa della vita, non è colpa degli altri, non è il destino, sono le tue scelte, sono le tue azioni, sono i tuoi pensieri che stanno determinando la tua vita.

Dove stai andando? E’ esattamente lì che vuoi andare davvero? E’ una domanda importante perché tutti cerchiamo l’amore e la pace ma raramente le nostre azioni hanno come frutto l’amore la pace. Non è sempre vero che cerchiamo l’amore la pace. A volte cerchiamo di aver ragione, a volte cerchiamo di vincere, a volte cerchiamo di superare un momento difficile.

Dove sei? L’invito a pensare bene ai nostri pensieri, ai nostri principi, alle nostre idee, a che cosa sta occupando la nostra testa,
Vorrei che davvero ogni tanto ci chiedessimo, che risuonasse dentro di noi questa domanda di dio: dove sei? E che ci rendessimo conto che dove siamo non è frutto né di un premio, né di una punizione, né delle circostanze, né delle persone che abbiamo intorno, ma è il frutto dei nostri pensieri, delle nostre scelte. Totalmente no, ma una buona parte sì, e solo cambiassimo questa parte sarebbe già sufficiente.

Questa domanda di Gesù ci vuol dire, renditi conto? dove sei? Quello che stai vivendo è esattamente quello che vuoi? Perché dipende da me, in gran parte. Dipende da me.
E’ una domanda grande. E la risposta mette in gioco la nostra vita, e come la stiamo vivendo.

 

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