Informazioni su Massimo Orlandi

Prendi il largo è il blog pensato e realizzato da Massimo Orlandi, giornalista e scrittore, nonchè collaboratore storico di Romena. Il suo scopo è quello di proporre e condividere intuizioni, idee, testimonianze di figure del nostro tempo che pensiamo possano essere utili e preziose per i viandanti di Romena .

“Tempore famis”, Lidia Maggi e “Il cantiere della speranza”

“Si può sperare mentre i nostri cari muoiono soli, mentre non ci è permesso accompagnarli nei loro riti funebri, si può sperare mentre il silenzio delle nostre case è rotto dal suono delle ambulanze? “
Lidia Maggi, pastora della chiesa battista, teologa, amica preziosa di Romena, dedica il suo intervento per il nostro percorso in “tempore famis” alla grande domande di questi giorni: si può sperare in questa situazione di di lutto e di dolore? “Dobbiamo pensare alla speranza – dice – come a una chiesa in costruzione. Ora la chiesa è solo un cantiere, e quello che possiamo fare è appoggiarci i primi mattoni. In questo intervento voglio condividere con voi il primo mattone che ci metto io. La casa. La nostra casa. La avevamo trascurata, era diventata un dormitorio, la vita si svolgeva altrove. Invece ora possiamo riscoprirla, riscoprire chi ci abita. Prenderne cura. Tornare ad abitarla. Io parto da qui. Questo è il mio primo mattone. Quale sarà il vostro?”

 

Lidia Maggi
È teologa, pastora battista, insegnante nelle carceri e presta il suo servizio a Varese e Luino. Oltre alla cura delle chiese a lei affidate, è fortemente impegnata nel dialogo ecumenico ed interreligioso. Collabora con diverse riviste cattoliche e protestanti su temi biblici e sul tema del dialogo tra le chiese.

“Quello che vorrei dirti…”: Luca Mauceri, artista, ci trasmette a parole il calore di un abbraccio

“Quello che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto”. Luca Mauceri sceglie i versi di Nazim Hikmet per abbracciare a distanza le persone, per colmare lo spazio che si è forzatamente creato in questo periodo di isolamento.
In questo suo intervento per il nostro cammino in “tempore famis” Luca, attore e musicista di straordinaria sensibilità, descrive la fatica della distanza ma anche la forza del desiderio di ritrovarsi: “Io credo che non siamo stati mai così vicini come in questo momento che siamo così lontani e credo che forse dovevamo stare così lontani per sentirci di nuovo così vicini”.
Le sue parole fragranti di vita vogliono provare a trasmetterci la forza tenera e avvolgente di un abbraccio e regalarci una dote di fiducia. “Ne sono certo – dice Luca – torneremo alla vita con occhi nuovi, con mani nuove, con cuori nuovi; ci terremo stretti l’uno nell’altro e ci guarderemo con quello sguardo complice di chi sa che cosa vuol dire essere privati della libertà di stare insieme”.

 

Attore e musicista, da anni Luca Mauceri percorre un personale sentiero di ricerca attraverso musica e teatro. Ha recitato in festival nazionali prestigiosi, collabora con registi quali Guido Ceronetti e Vincenzo Pirrotta. Si è esibito in Francia, Portogallo, Svizzera, Germania, Romania, Svezia. Come musicista vanta la composizione di numerose colonne sonore per teatro, cortometraggi, spot, istallazioni artistiche. E’ autore di tre album. Il suo ultimo spettacolo, da lui stesso scritto e interpretato, si intitola “L’uomo dei sogni”, lo stesso titolo del libro che ha pubblicato con le Edizioni Romena.

Roberto Mancini e la lezione di questo “tempore famis”: “La vita si affronta insieme”

Il protagonista della tappa odierna del nostro cammino in “tempore famis” è Roberto Mancini. Mancini è un filosofo che sa fare della filosofia un dono per le nostre vite, nella concretezza del nostro cammino in terra. In questo breve, intenso intervento, Roberto prova a ‘leggere’ i principali segni del tempo che stiamo vivendo e ci mostra questa situazione, se risuciamo a viverla senza annegare nell’angoscia, sia chiarificatrice; ci aiuta infatti finalmente a riscoprire le ragioni più vere del nostro stare al mondo.

Roberto Mancini
Docente di filosofia all’Università di Macerata, Mancini è autore di numerosi saggi in cui riesce a coniugare il rigore del ricercatore con la passione e il coinvolgimento del credente. Grazie al suo modo di comunicare semplice, profondo e acuto, viene chiamato in giro per l’Italia per tenere incontri e conferenze.
Per le Edizioni Romena ha pubblicato “Il senso della Misericordia”, “Obbedire solo alla felicità”, “Libertà” e “Trasformare la vita”.

 

La vita si affronta insieme – la trascrizione dell’intervento di Roberto Mancini

In questo momento di emergenza quello che rischiamo è di annegare nell’angoscia nella preoccupazione, nel rimpianto della vita come era prima.
Invece possiamo fare qualcosa di meglio. Possiamo ritrovarci, specchiandoci nelle grandi evidenze della vita che di solito non vogliamo riconoscere.

La prima dice che siamo una sola umanità sulla stessa terra, quindi tutte le logiche del respingere, dell’escludere, del competere, di quella che viene chiamata l’autonomia differenziata, tutte le volte in cui diciamo “prima io”, “prima noi”, tutte queste cose sono mortifere, ci fanno implodere. D’ora in poi dobbiamo imparare che la vita si affronta insieme e che i problemi comuni possono avere soluzione solo da azioni comuni, solo attraverso la soildarietà e la giustizia.

La seconda evidenza ci dice che fuori dell’amore non c’è salvezza.
Credevamo che l’amore fosse solo un’emozione, magari una malattia da cui è meglio guarire. In verità l’amore è invece la forza fondamentale della vita, la forza che genera il bene di chiunque. Dobbiamo allora imparare ad amare, superando la nostra prima fragilità che è l’egoismo e arrivando poi a tradurre questo amore non solo nella famiglia, nelle relazioni di amicizia ma anche nella politica, nell’economia, nell’educazione, in ogni ambito della società.

La terza evidenza, la più difficile perchè si scontra con il muro della nostra angoscia di morte, ci dice che siamo accolti in qualcosa di eterno.
Per chi crede nel Dio della vita questa dovrebbe essere una scoperta e un’esperienza concreta, ma per chi ha altri riferimenti e non vuol sentir parlare di Dio è ugualmente accessibile il valore dell’eterno.
L’importante è uscire dalla chiusura nel proprio ‘io’, quella ci rende davvero precari. Quando attraversiamo quel confine e cominciamo a prenderci cura della vita degli altri, della vita delle piante, degli animali, della comunità umana nei modi che ci sono dati, allora scopriamo che esistono affetti, sentimenti, realtà, persone che hanno un valore infinito, un valore che va aldìlà del morire.
La vita vera accoglie ciascuno di noi: noi non siamo nati per morire ma per alimentare questa generazione di bene che passa per l’esistenza di ciascuno di noi e dà un senso a quello che noi siamo.

“Il primo giorno del nuovo mondo”: in una poesia inedita il messaggio di speranza di Simone Cristicchi

Un messaggio di speranza in questo “tempore famis”. Ce lo consegna un grande artista amico di Romena, Simone Cristicchi. Simone ci ha regalato una poesia inedita, “Il primo giorno del nuovo mondo”, nella quale immagina l’atteso momento in cui finirà questa fase di isolamento, di preoccupazione, di dolore.

Nel forzato ritiro collettivo di questi giorni, Simone ha già dato un prezioso contributo artistico: la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha infatti scelto la “Favola del colibrì e il leone”, da lui recitata, per la campagna nazionale si sensibilizzazione sul coronavirus.
In questo caso, invece, Simone ha mandato in avanscoperta la sua fantasia per esplorare il mondo che ci attende oltre l’emergenza: la sua poesia racconta un vero, nuovo inizio, nel quale l’umanità dimostrerà di aver fatto tesoro di questa severa lezione…

IL PRIMO GIORNO DEL NUOVO MONDO

Il primo giorno
del nuovo mondo
ci svegliammo
a un accenno dell’alba
salutando con gli occhi
il ritorno del sole.
Nell’aria un profumo
di pane sfornato
e un’improvvisa voglia
di capriole.

“Io sono qui” – disse il mondo
a raggi unificati
“E voi dove siete stati?”
Noi nella tana in letargo
a dormire
Noi coi gerani ad ornare
i balconi
Noi rinchiusi nei giorni
lunghi secoli
con l’unico scopo
di restare vivi.

Il primo giorno
del nuovo mondo
come soldati tornati dal fronte
ammutoliti dallo stupore
scendemmo tutti in strada,
nel silenzio interrotto soltanto
dai nostri “buongiorno”,
e da qualche risata.

I sopravvissuti
chiesero un sorso d’aria
l’abbraccio negato
rivedere il mare,
mangiare un gelato:
cose inestimabili
a buon mercato.
I bambini tornarono a scuola,
come andassero a una festa
dopo la lunga ricreazione.
Furono loro alla testa
della rivoluzione.

Il primo giorno
del nuovo mondo
fu il tempo di uscire
al di fuori di noi
dalla Terra imparammo
la grande lezione
rinati alla vita,
più umani di mai
Così al suo segnale,
in mondovisione
ci scrollammo di dosso
il mille e novecento
e i sospiri di sollievo
divennero il vento.

Simone Cristicchi

Tempore Famis, Luigi Verdi e il mandorlo, simbolo dell’attesa

Quelli che viviamo sono giorni di attesa. Attesa che questa situazione di dolore e di ansia finisca, attesa di uscire dall’isolamento forzato, attesa di ricominciare.
Per entrare nel cuore di questa ‘attesa’ il nostro don Luigi ci porta in un luogo speciale di Romena: nel “Giardino della resurrezione”, tra i mandorli piantati dai tanti genitori che hanno perso i figli, i genitori del gruppo Nain.
“Mandorlo – dice don Luigi – in ebraico significa essere vigilanti, in attesa. L’attesa inizia dal fare un vuoto accogliente dentro di noi. Se facciamo spazio dentro, se alimentiamo la nostra dimensione interiore, è più facile che riusciamo a percepire i segni più nascosti. D’inverno spesso mi capita di cercare tra i rami di questi mandorli le tracce invisibili dei germogli. Così oggi, in questa oscurità, dobbiamo anche noi avere occhi vigilanti, dobbiamo essere come vedette nella notte per poter scorgere le invisibili tracce di quel mondo nuovo, che, ne sono certo, si sta preparando”.

“Siamo costretti ad aiutarci”: la nuova riflessione di Pier Luigi Ricci per “Tempore famis”

“C’è una cosa molto bella che queste giornate di tristezza e di fatica ci insegnano: che siamo costretti ad aiutarci”. Si apre con queste parole la nuova riflessione di Pier Luigi Ricci, educatore, collaboratore storico di Romena, per il nostro cammino in “Tempore famis”. Pigi dedica il suo intervento a un “fiore” che sta sbocciando tra le macerie e il dolore :“In questi giorni – spiega – bisogna darci una mano, bisogna che ognuno pensi all’altro, bisogna pensare a tutti, non si può dimenticare nessuno. Questa cosa si chiama solidarietà”.

“Voi mi ribatterete – prosegue Pigi- che un conto è essere solidali perché lo sentiamo col cuore, un conto è esserlo per necessità: ma anche questo è bello. Perché questo fiore che spunta tra le macerie, la solidarietà, non riguarda più solo la visione o l’azione dei buoni, ma sta diventando una regola di vita: questa umanità si salverà solo se imparerà che siamo una cosa sola, e che non possiamo trascurare nessuno”.

“Tempore famis”, oggi il commento al Vangelo della domenica

Oggi il nostro cammino in “Tempore famis” si ferma, in ascolto del Vangelo. Il contributo che vi proponiamo è il commento alle sacre scritture di don Luigi Verdi.
Un piccolo estratto: “Davanti a un uomo cieco dalla nascita, protagonista del Vangelo di oggi,  tante persone cercano di capire di chi sia la colpa, di chi il peccato che ha generato quell’infermità. Gesù lascia agli altri l’analisi del male. Lui cerca di guarire. Diceva Madre Teresa: Lascio discutere gli altri, io cerco di soccorrere. E’ quello che fanno tanti medici, tante persone in questi giorni: hanno voglia di operare, di fare, mettono l’uomo davanti a tutto. Perchè di fronte alla gioia di un cieco che vede il sole, di fronte a un malato che guarisce tutta la creazione sembra gioire”.

“Tempore famis”, Maria Teresa Abignente e la mancanza degli abbracci

Come possiamo esprimere i nostri sentimenti di affetto e di amore se non possiamo darci baci, carezze, abbracci? E’ questa la domanda intorno a cui ruota il contributo di Maria Teresa Abignente, collaboratrice storica della Fraternità di Romena per il nostro percorso di “Tempore famis”.
“La grande paura che ho – dice Maria Teresa – è che ci abituiamo a vivere senza questi gesti”. Davanti a questo pericolo, però, una via d’uscita c’è: sta nel nostro cuore: “Esercitiamoci – dice Maria Teresa – a mandare pensieri d’amore alle persone, esercitiamoci ad amare con lo sguardo, utilizziamo la nostra creatività per esprimere i nostri sentimenti. Come dice il verso di una poesia di Jan Twardovski: affrettiamoci ad amare. E’ questa la cosa più importante”.

 

Tempore famis, Davide Volpe : “La vita va non si ferma”

Il pensiero di oggi, per il nostro “Tempore famis” ci arriva da un collaboratore prezioso di Romena, Davide Volpe. Davide si occupa, in particolare, dell’orto, tra di noi è quello più connesso con la terra. E proprio dal contatto costante con la natura che nasce questa sua riflessione. “In questi giorni – racconta – dovevo fare una piccola tettoia all’orto, poi mi sono detto: ma a che serve, qui non viene nessuno, non ci sono i corsi, è tutto bloccato. Poi ho pensato alla pieve, che è stata fatta in tempore famis, e alla natura che non si è fermata: qui i mandorli sono fiore, i lamponi hanno fatto le gemme. Allora ho capito che bisogna fare con quello che c’è, e meglio che si può, senza farsi prendere dalla paura”. La tettoia? “La farò. La vita va avanti, e anche noi non ci possiamo fermare”.

“Tempore famis”, lo sguardo poetico di don Luigi Verdi sui giorni che viviamo

Cosa contengono questi giorni di silenzio, di vuoto, di attesa?
Da una Romena silenziosa e bellissima, il nostro don Luigi Verdi prova a guardare in profondità i segni di questo tempo, lo smarrimento che genera, la nudità che lo anima, la speranza che può, paradossalmente, far germogliare..

Qui sotto trovate il filmato di don Luigi (regia del nostro Raffaele Quadri) e poi, di seguito, il testo

TEMPORE FAMIS
di Luigi Verdi

Sono giorni in cui pensi all’universo e cerchi qualcuno che possa illuminare la notte.
Giorni in cui ci troviamo a lottare con i nostri dubbi, con le nostre crisi, con le nostre identità precarie.
Giorni in cui viviamo la “precisione dell’amore”, in cui leggiamo finalmente con esattezza i nostri affetti .

Sono giorni in cui devi far tacere l’io per poter ascoltare un silenzio più grande, un silenzio abitato, un silenzio pieno.
Giorni in cui senti di essere un tutt’uno con tante religioni e con tutti gli esseri viventi.
Giorni di un cristianesimo finalmente nudo, in cui l’essenziale non sono i riti, ma il poter sentire l’incarnazione come un dono.

Sono giorni che ci ricordano che ciò che vale è il pane sulla tavola.
Giorni in cui devi vivere quell’intensità quasi muta della vita fatta di necessità e di bellezza.
Giorni in cui ti accorgi di aver vissuto tutto con avidità, mentre la vita vera era da un’altra parte.

Sono giorni per tornare ad abitare poeticamente il mondo, in cui capisci che contemplare vuol dire prendersi cura.
Giorni per sentire che la vita vera non è mai facile e comoda, che il reale sta dalla parte della poesia e che la poesia è dentro al reale.
Giorni per guardare senza avere l’intenzione di prendere.

Sono giorni in cui ciascuno dei nostri gesti può impedire al mondo di rotolare verso gli abissi.
Giorni in cui una madre che rimbocca il lenzuolo al suo bambino addormentato è come se si prendesse cura di tutto il cielo stellato.
Giorni per misurare il valore di tutte le cose e vedere quanta luce contengano.

Sono giorni in cui senti che è il momento di non perdere tempo a maledire.
Giorni in cui capisci che sono la bellezza, la semplicità e la fragilità che ci aprono al futuro.
Giorni in cui capisci che è questo, proprio questo, il modo nuovo per respirare in questo mondo.