“Naturalmente pianoforte”: la bellezza dell’arte e lo spirito di una comunità

Domenica prossima, 24 luglio, Romena sarà attraversata da una corrente buona, festosa, rigenerante. Vi consiglio di approfittarne, perché non ne capitano molte di questi tempi.

La corrente salirà dal paese, da Pratovecchio. Un gruppo di amici, riuniti in una associazione, “Prato veteri”, da alcuni anni a questa parte ha pensato di lanciarsi in una straordinaria avventura creativa, senza però rinunciare alla semplicità, all’umanità, alla freschezza delle relazioni che si instaurano in una piccola comunità. E così è nato il festival “Naturalmente pianoforte”: 40 concerti in cinque giorni, da mercoledì scorso, a domenica, distribuiti in tutta la valle, quasi tutti gratuiti, alcuni dei più grandi artisti italiani e internazionali di ogni genere musicale, pianoforti che sbucano da ogni dove, e poi mostre, esibizioni, spazi di gastronomia ben curata, una esplosione creativa che tocca tutti i sensi, con un pensiero e un dono per ciascuno.

Il cantiere di questa festa copre tutti i mesi dell’anno: è il collante dei giorni feriali, è l’occasione per uscire di casa, per sognare e progettare, costruire insieme. Questo lungo percorso di creazione sfocia in una manifestazione in cui nulla è improvvisato, ma tutto è naturale, in cui non c’è l’enfasi del risultato, ma la serenità sana di chi ha dato tutto, e perciò non può che godere di quello che c’è.

Ho sempre sentito “Naturalmente pianoforte” molto vicina a Romena: e non solo per il legame di amicizia con chi la organizza ma per lo spirito che c’è dietro: uno spirito autentico, lo spirito di chi ci mette il cuore. Ma anche lo spirito di chi vuol sempre sperimentarsi e guardare oltre: la manifestazione è protesa in avanti, ha un sapore di futuro, per questo gran parte dei trecento volontari che la mandano avanti sono giovani. Di qui la freschezza.

Domenica ospiteremo uno degli eventi centrali della manifestazione: il concerto all’alba. Ci troveremo nei prati davanti alla pieve alle 5 del mattino per aspettare il sole spuntare oltre l’Appennino accompagnati dal pianista americano Adam Kromelow che richiamerà il nuovo giorno eseguendo la musica dei Genesis. Il pomeriggio alle 15, poi, uno dei grandi ospiti della manifestazione, l’attore, comico cabarettista Paolo Rossi sarà con noi nel nostro auditorium climatizzato, per parlare di sé, della sua arte e di come può contribuire alla fase che stiamo vivendo.

Se poi nel corso della giornata vorrete passare dal paese, quartier generale della manifestazione troverete concerti in ogni dove, e una creatività zampillante.

Sicuramente la musica proposta dal festival offrirà già di per sé, un contributo al vostro benessere, ma la cosa che, secondo me, colpirà di più, sarà il sapore di festa popolare che vi arriverà addosso da ogni angolo, che sentirete in ogni nota.

La bellezza dell’arte, lo spirito di una comunità. Un’alleanza speciale.
Non perdetevi questa occasione.

Lella Costa: “Quell’emozione unica che solo il teatro può regalare”

Domenica sera, 17 luglio, Lella Costa reciterà in Casentino. Non è solo una notizia, è un evento.
Quando certi personaggi straordinari del mondo artistico transitano dalle nostre parti dovremmo sentire tutti un moto d’orgoglio, una gioia interiore,
I suoi monologhi sono una delle espressioni più coinvolgenti, più emozionanti, più appassionanti del nostro teatro. Quando si ascoltano ci si dimentica di essere pubblico e in qualche modo, misterioso, ci si sente accanto a lei, con lei. Sulla scena.
Il motivo? Gino Strada, suo grande amico, lo spiegava così: “Lella – diceva – è una donna straordinaria, molto prima che un’attrice. Anzi, il termine mi sembra fuori luogo, nel caso di Lella. Perchè Lella recita splendidamente, ma non sta recitando. La sensibilità, l’intelligenza e l’ironia appartengono a lei, non al copione”.

La prova di tutto questo arriverà domenica sera alla Fondazione Baracchi di Bibbiena. Lella metterà in scena il suo ultimo spettacolo “Se non posso ballare, non è la mia rivoluzione”, un suo originale omaggio al genio, al coraggio, alla tenacia dell’universo femminile.
La Fondazione aveva già avuto Lella come sua ospite 13 anni fa. L’occasione era un incontro del ciclo “Parole e silenzio”. Io, insieme all’amico e collega Paolo Ciampi, avevo avuto l’onore di condurre quella conversazione e di trascorrere un’intera giornata con lei.

Il filo del contatto iniziato quel giorno non si era più interrotto. E finalmente è arrivata l’occasione giusta per alimentarlo di nuovo.
Per condividere l’attesa di questo momento vi propongo un bellissimo passaggio dell’incontro del 2009, in cui Lella ci racconta quella che per lei, è l’emozione che si sprigiona nel momento in cui un suo spettacolo inizia. Un’emozione che vedremo accendersi nel suo sguardo anche domenica sera…

Mi viene in mente un’immagine di un film, “Il flauto magico” di Bergman: durante l’intervallo il bambino e il protagonista guardano chi c’è in sala. Questa è una cosa da non fare mai perché non bisognerebbe mai vedere in faccia chi hai in platea.
Ma anche se non si è ancora guardato chi è in sala, per me quel momento, prima che tutto succeda, è gioia pura, è teatro vero.

Questa sensazione c’è soprattutto ai debutti, o in luoghi o città in cui non sei mai stato, e si fa annunciare con un brivido – “Come mi accoglieranno?” – che diventa anche un fremito di entusiasmo: “Che bello, si comincia!”. La verità è che per me il palcoscenico è proprio una casa, e come una casa mi dà una sensazione di agio totale.

Mi sento fortunata per questo. So invece che ci sono molti miei colleghi anche molto bravi che quel momento lì lo soffrono. Hanno una sorta di rapporto un po’ conflittuale con il pubblico. Il pubblico è comunque da conquistare, ma c’è chi lo vive come una sorta di nemico da espugnare. Per me si tratta invece della seduzione più dolce.

Poi io sono da sola in scena: grande narcisismo, sicuramente, ma anche grande fragilità. Sei sola e qualunque cosa ti può ferire.
Quando il pubblico ancora non sa cosa sta per succedere tu lo sai ma non sai come da loro verrà accolto. E questo è il momento in cui percepisco il motivo per cui questo mestiere continua ad esistere in un’epoca in cui apparentemente tutto, secondo quanto ci raccontano, è riproducibile. Il teatro no.

Quello che succede ogni sera tra gli attori e il pubblico è un unicum che non si ripeterà più.

Sabato 2 luglio i quadri di Caravaggio prendono vita!

Cosa stanno facendo quegli attori sulla scena? Si muovono, si cambiano d’abito, spostano degli oggetti, sono un’onda colorata e armonica che però, d’improvviso, si ferma e si trasforma… in un’opera d’arte, in un capolavoro di Caravaggio. E’ la meraviglia della compagnia teatrale Ludovica Rambelli Teatro-Les Tableaux Vivants (“Quadri viventi”) che sabato 2 luglio, evento rarissimo, potremo ammirare in Toscana, a Bibbiena, nel bellissimo spazio all’aperto della Fondazione Baracchi (via Bosco di Casina 12).

La bellezza, l’umanità, il coinvolgimento che ci regala ogni opera di Caravaggio sarà condensato in uno spettacolo teatrale di rara emozione.
Sotto gli occhi stupiti degli spettatori si comporranno infatti 23 tele di Caravaggio realizzate con i corpi degli attori e il solo ausilio di oggetti di uso comune e stoffe drappeggiate. Un solo taglio di luce illuminerà la scena come per inserirla in una immaginaria cornice.
Lo spettacolo, della durata di circa 40 minuti, verrà proposto due volte, alle 21.15 e alle 22.30 per permettere a più persone di potervi assistere.

L’ingresso sarà libero e gratuito! Unica condizione per partecipare la prenotazione con messaggio WhatsApp al 338-7299666 nel quale occorrerà specificare a quale delle due messe in scena si vorrà assistere.

Questa forma teatrale dei quadri viventi viene dal Settecento. Ma si era poi persa nel tempo.
La compagnia teatrale napoletana, grazie al lavoro di Ludovica Rambelli ha rintracciato i fili di quel cammino, li ha riannodati, e li ripropone oggi in una forma assolutamente unica.

I dipinti del Caravaggio sembrano sempre avere la forza di uscire dallo spazio fisico della tela, sembrano volerci raggiungere. E questa volta potranno farlo davvero, grazie alla meraviglia dell’arte teatrale applicata per una volta, a quella pittorica.

E sarà bellezza, una bellezza viva da ammirare non in un museo, ma su un palcoscenico.

Il compleanno di don Renzo: “Ho 102 anni, ma sono giovane dentro”

Oggi è il compleanno di una delle anime più fresche, vivaci, innamorate della chiesa.
Non è un prelato famoso, è molto di più: è don Renzo Pulidori.
“Il mio motore è ancora buono – dice di sè – è la carrozzeria che perde i pezzi. Però vi dico una cosa: io mi sento ancora giovane dentro”.
Niente male per chi all’anagrafe, risulta essere nato il 28 giugno 1920, esattamente 102 anni fa.
Ma gli anni non pesano su chi, come lui, vive la sua vita con la leggerezza di un dono e con il trasporto di un innamorato.
Don Renzo è un bravo prete, amato dalla sua comunità (San Casciano in val di Pesa), ma negli anni è divenuto anche un punto di riferimento prezioso per tante persone che hanno trovato terreno fecondo nel suo stile semplice, aperto, nelle sue idee profetiche che poggiano le loro basi nel Concilio Ecumenico Vaticano II e in una teologia che lui definisce positiva, aperta, liberatoria. .

“Ricordate le parole con cui Gesù inizia la sua missione? – ha detto durante un incontro a Romena, che qui potete rivedere – “Il tempo è compiuto”, cioè a dire è finito il tempo in cui gli uomini devono credere a un Dio potente che condanna e manda all’inferno. Il suo è un Dio vicino, è talmente vicino a te che non c’è bisogno di un tempio o di una chiesa, è nel tuo cuore, la tua anima è il suo tabernacolo vivente. E’ un Dio che addirittura mi dice: “Ma io sono il tuo babbo, io ti chiamo figlio perché ti ho creato a mia immagine e somiglianza. E ti mando il mio figlio prediletto che ti insegnerà la strada per innamorarmi di me”.

Ecco don Renzo chiama Dio babbo, e rivendica questa relazione d’amore, di vicinanza, di fiducia assoluta non come motivo della sua longevità, am della sua gioventù interiore.

E allora, oggi più che mai, buon compleanno, eterno ragazzo!

Domenica 3 luglio Domenico Iannacone a Romena


Fare televisione, anche in prima serata, riuscendo a raccontare con rispetto, con poesia, con emozione, l’umanità. E’ questo ciò che riesce a fare Domenico Iannacone.
Il giornalista dell’ascolto e dell’attenzione sarà a Romena domenica prossima, 3 luglio per un incontro pubblico in programma alle ore 15 nell’auditorium (climatizzato) della Fraternità.
Nel corso del dialogo che avrò il piacere di condurre, Iannacone racconterà il suo modo, specialissimo, di fare televisione, mettendo sempre al centro le persone, e proponendo le storie di chi fa più fatica, ma offre lezioni di coraggio, di dignità, di trasparenza umana.

I suoi programmi, ” I Dieci comandamenti” e, “Che ci faccio qui?” sempre su Rai3 sono trasmissioni in cui la Tv diventa strumento di un racconto curato, appassionato, con tempi non frenetici ma dilatati, in cui ogni protagonista ha la possibilità di esprimersi con autenticità.

Domenica prossima la parola “attenzione” sarà al centro di un incontro in cui Iannacone parlerà di sé, del suo lavoro e dei personaggi specialissimi che ha incontrato in giro per l’Italia.
Un appuntamento davvero da non perdere.

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L’ultimo posto di fratello Charles

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Ricordo benissimo quella conferenza, 17 anni fa, a Prato. Quella sera  Arturo Paoli mi fece comprendere come non mai chi fosse Charles De Foucauld, e quale fosse stato il valore delle sua opera. 
All’epoca padre Charles stava per essere proclamato Beato. Oggi, nel giorno in cui Papa Francesco sta per farlo santo, mi piace recuperare l’articolo che scrissi allora per la nostra rivista, e soprattutto rileggere le parole del grande Arturo, che all’epoca stava per concludere la sua missione di una vita in Sudamerica, sulle orme di fratello Charles…

“Ogni giorno sono sempre più contento di essere un suo discepolo”. Prato, novembre 2005. Alla viigilia della beatificazione di Charles De Foucauld, Arturo Paoli, uno dei grandi profeti semplici di questo tempo, ricorda volentieri il suo maestro. Fu proprio l’incontro con uno dei piccoli fratelli di frère Charles nel 1954 a imprimere una svolta alla sua vita di religioso: a scegliere di stare con i poveri condividendo i loro problemi, la loro ansia di giustizia, ma anche la loro gioia semplice.

E così è stato contadino tra i contadini e boscaiolo tra i boscaioli dell’Argentina, del Venezuela, del Brasile. “Non mi sono mai pentito di quella scelta” dice oggi, mentre porta con leggerezza i suoi 93 anni. “In casa mia non ho sofferto la povertà però ho capito che la scelta di Gesù è una scelta dei poveri e che bisogna essere poveri per stare dietro a Lui”.

Quella scelta, in frère Charles, all’epoca giovane militare in carriera, era maturata con la forza di una frase. Quella pronunciata dall’uomo che sarebbe diventato suo padre spirituale, l’abbè Huvelin durante una predica: “Gesù ha scelto l’ultimo posto e nessuno glielo può levare, perché nessuno desidera l’ultimo posto nella vita”. È una frase che accende la sua vita interiore, e lo libera dal senso di vuoto che lo perseguita. “Frère Charles – racconta Arturo – sente che essere cristiano è la cosa più semplice del mondo: basta servire Gesù. E per seguire Gesù bisogna trovarlo dov’è cioé all’ultimo posto”.

Frere Charles vive la sua vocazione fuori dalle strutture ecclesiastiche, la vive da eremita in Siria, in Palestina, infine in Algeria, nel deserto. Ed è lì, stando vicino ai tuareg, che culmina la seconda tappa del suo cammino spirituale: “Da un amore concentrato sul simbolo di Gesù nell’eucarestia, si sente chiamato verso gli altri. E sente che non può convertirli, ma essere testimone di questo infinito, tenace, ostinato, fortissimo amore di Dio verso tutte le creature. Non deve cercare di trasmettere la sua religione ma piuttosto di far sentire loro che sono fratelli suoi, carne della sua carne”.
Per questo frère Charles studia a fondo gli usi e i costumi di quella gente, impara la loro lingua. La sua missione non è convertire, ma condividere: “Sente che la sua ricerca deve essere indirizzata verso il senso che ha avuto la vita di Gesù: quello di incarnare l’ amore di Dio nell’ umanità. E allo- ra con la sua vita testimonia che Dio è in mezzo a noi e ci ama profondamente”.
Nato a Strasburgo nel 1858, fratel Carlo morirà il primo dicembre del 1916. 90 anni dopo il suo messaggio è vivo come non mai. Come ci dice con grande chiarezza fratel Arturo nella parte conclusiva del suo intervento, che riportiamo per intero.

arturo paoli 1“Che cosa trasmette a noi dell’anno 2005 Charles De Foucauld?
Prima di tutto ci trasmette l’universalità della fede. Ci dice che l’universalità della fede non sta nella dottrina.
Sappiamo che la religione quando è concentrata unicamente sulla dottrina è causa di discordie, è causa di separazioni, di guerre. Guardate cosa succede in parlamento, o all’Onu: quando gli uomini pensano di intendersi su una dottrina, su una teologia, su una ideologia è scontro, ne- cessariamente, inevitabilmente scontro.
E questo non accade perché siamo cattivi, ma perché l’intesa su opinioni, su idee, su convinzioni personali è praticamente impossibile. Il Papa Giovanni Paolo II all’inizio del suo pontificato ha chiamato ad Assisi rappresentanti di varie religioni del mondo: se gli avesse detto “vi ho chiamato qui per vedere se ci troviamo d’accordo”, guai. Invece ha detto, vi ho chiamati qui perché preghiamo insieme per un valore comune: la pace.
Ecco l’universalità della fede: se noi viviamo l’essenza del cristianesimo, quella che frére Charles ha preso dall’Eucaristia, cioè dare la nostra vita per gli altri, amare gli altri, allora è possibile un mondo di pace.
Il cattolicesimo, anche se ben predicato, anche se ben annunziato, non sarà mai universale, è impossibile. Quando Gesù dice “ci sarà un solo gregge, un solo pastore”, parla del pastore che darà la vita per le sue pecorelle, non parla del pastore teologo, che pronuncia encicliche, che deve farlo, certo, ma in ciò non ci sarà mai un principio di unione.
Il credo non unirà mai le persone, mai, è l’amore che unisce le persone, solo l’amore. Questa è la grande forza umana, non esiste altro amici, solamente l’amore.

Solamente sentirsi fratelli, ma non sentirsi e basta, vivere come fratelli, sentirsi responsabili dei propri fratelli, accettarli perché sono fratelli, perché sono figli dello stesso padre, quello può portare la pace nel mondo. Nessuna teoria, nessun progetto politico potrà portare la pace: la pace è frutto dell’amore.
Attenzione: l’amore non è una forza che va da me verso gli altri: quello non è amore, quella è beneficenza, è elemosina. L’amore è accettazione dell’altro. Carlo De Foucauld accoglie per anni il Gesù dell’Eucarestia e gli dice continuamente che lo ama ma l’amore lo trova quando esce fuori, quando va incontro ai tuareg. Allora comincia ad amare. Prima era un amore che partiva da lui e andava verso Gesù: e pensava che Gesù gli corrispondesse. E Gesù gli corrisponde, ma di- cendogli “vai, esci, vai fuori, vai incontro ai tuoi fratelli perché l’amore è lì”.

L’amore solitario è egoismo camuffato. Quando si dice io amo gli uomini, è come quando una moglie dice sono la migliore moglie del mondo. Va be’, vien da dire, forse dovrebbe dirlo il marito. Non si può amare in una direzione unica, l’amore è dialogo, l’amore è accettazione dell’altro, l’amore è alterità.
Un grande psicologo ha detto “io sono gli altri”. Sono gli altri che formano il mio “io”, gli altri che mi fanno generoso, attento, altruista, capace di donarmi, sono gli altri, sono i poveri. Ecco cosa ci dice Carlo De Foucauld: “Sono loro, gli altri, i poveri che mi hanno formato. Sono loro”.
E quando oggi i vostri ragazzi, i vostri figli vi dicono che non vanno più in chiesa, hanno ra- gione. E voi non spingeteli nel tempio: mandateli a fare un’esperienza dei poveri. Che comincino di lì. Allora si può trovare Dio, si può trovare la Chiesa.
Perché in un mondo così egoista, così egocentrico, così individualista, dov’è Dio? Se Dio è là dov’è la carità e l’amore, dov’è Dio? Allora pensiamoci, decidiamo qualcosa di nuovo, qualcosa di più audace. Quest’uomo ha dato tutta la sua vita per amare perché ha scoperto che Dio è amore, unicamente amore, non può essere altro che amore.
E questo deve aiutarci in questo nostro Occidente che sta morendo ma che, lo spero, possa resuscitare al calore dell’amore”.

Torna la festa di Romena a Pasquetta

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E’ primavera nei prati e negli spazi verdi di Romena. E lunedì prossimo a Pasquetta i grandi spazi verdi della Fraternità potranno essere condivisi per una giornata da trascorrere insieme, finalmente. Dopo due anni di forzata interruzione per la pandemia, infatti, torna la Festa di Romena.
La giornata organizzata dalla Fraternità proporrà, come sempre, un programma molto vario di incontri, momenti di festa e di gioco e di riflessione.
Il primo appuntamento previsto nel programma di lunedì 18 aprile sarà la messa in pieve (ore 11) con la presenza del Vescovo di Fiesole Mario Meini. Quindi il pranzo comunitario.
Il pomeriggio inizierà all’aperto con due momenti festosi: l’esibizione di Gunter Rieber, artista di strada e clown che proporrà un repertorio di giocoleria, equilibrismo, pantomima, e poi l’intervento della Compagnia delle arti di Romena che coinvolgerà i presenti con i suoi balli di gruppo.
Alle 16 la giornata proseguirà in auditorium con “Non fermeranno mai la Primavera” incontro in musica con la cantautrice Letizia Fuochi che proporrà un viaggio di parole e canzoni accompagnata da grandi pagine della musica d’autore italiana e da momenti di poesia.
Infine alle 17, sarà ospite della festa il Cardinale Tolentino Mendonca.
Tolentino è poeta, scrittore, figura di primissimo piano del panorama letterario internazionale nonché bibliotecario di Santa Romana Chiesa. Sarà affidata alla sua sensibilità e al suo sguardo profetico una lettura di ciò che stiamo vivendo in questa fase così tormentata e incerta. A conclusione della festa il saluto di don Luigi Verdi e di Pier Luigi Ricci.
Durante tutta la giornata saranno disponibili ed utilizzabili i grandi spazi verdi della Fraternità: la festa di Romena sarà anche l’occasione per vivere una giornata all’aperto.

La favola del Campo dei miracoli: dove il calcio insegna la pace

Si può educare alla pace anche attraverso il gioco del calcio. Non è un’utopia, ma un progetto concreto, che coinvolge migliaia di ragazzi e che si sviluppa alla periferia di Roma, quartiere Corviale, in un luogo che, non a caso, si chiama “Campo dei miracoli”. Qui, tra enormi palazzi, da quasi quindici anni è cominciata una favola che si può toccare con un dito: la favola di un gioco, il calcio, che non è più strumento di rivalità estreme o di interessi economici esagerati, nè dominio di tifoserie violente, ma che diventa espressione di una società capace di far vivere concretamente, soprattutto ai più giovani, valori come la giustizia, il senso di responsabilità, la solidarietà.

Credeteci, val la pena ascoltare la conversazione con Massimo Vallati, grande amico di Romena, inventore del ‘calcio sociale’. Massimo ci racconta come è stato possibile trasformare il gioco più amato e praticato in uno strumento pedagogico, in una meravigliosa scuola di pace e giustizia a cielo aperto. Il tutto senza togliere nulla al fascino del calcio, ma semplicemente riscrivendone alcune regole: nel calcio sociale, per esempio, non esiste l’arbitro, perché i giocatori devono imparare a essere responsabili, e neanche la panchina, perché tutti devono poter giocare; le squadre devono avere lo stesso coefficiente tecnico, perché vi sia equilibrio, e all’inizio e alla fine di ogni incontro ci si deve prendere per mano, perché la competizione deve unire, non dividere.

Il calcio sociale valorizza tutti i giocatori, anche il più debole: ed è proprio lui che deve tirare i calci di rigore. Una regola, quest’ultima, che è stata sottolineata da un tifoso speciale del progetto di Massimo Vallati: il presidente Mattarella. “Se ci fosse stata ai miei tempi qualche rigore avrei potuto tirarlo anch’io” ha detto il giorno in cui ha visitato il centro di Corviale per inaugurare il campo di calcio a undici…

Roberto Mancini e la strada concreta per avviare cammini di pace

maxresdefaultCome si può affrontare il senso di impotenza che ciascuno di noi prova di fronte ai venti di guerra che soffiano implacabili? Per Roberto Mancini, filosofo profondo e saggista appassionato, è possibile avviare fin da ora, a partire dalle nostre vite, un cambiamento di rotta rispetto a queste dinamiche che generano conflitti.
In questa conversazione che mi ha regalato nei giorni scorsi, Mancini ci dà tante indicazioni concrete, sostenendosi con il pensiero e lo stile di un uomo di pace come Gandhi che Mancini ha studiato profondamente.
Gandhi, ci spiega l’amico filosofo, ha mostrato le potenzialità di un metodo, la non violenza, tutt’altro che passivo, ma capace di riorientare tutte le nostre energie verso una direzione che non sia più il potere, ma l’amore…

Luigino Bruni: “Pace e democrazia sono beni fragili”

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Prosegue il cammino di “Pace”, il cammino quotidiano di letture, interviste, testimonianze con il quale stiamo cercando di trovare  trovare tracce di senso e segnali di speranza in questi giorni di dolore, di paura e di guerra.
Il contributo che apre questa nuova settimana è di Luigino Bruni.
Economista, saggista, cultore dei libri sacri, Luigino è una mente aperta, acuta, originale.
In questa intervista Luigino cerca di guardare in profondità il conflitto in atto, mostrandoci cosa ci dice dell’animo umano, propone un’idea di pace senza compromessi, trasporta le tematiche del presente nelle pagine della Bibbia, per trovarvi, come sempre, spunti profetici, ci porta in avanti, in un futuro che per ora non si vede, ma verso cui dobbiamo cominciare a muoverci.
Sono 30 minuti preziosi, scomodi, stimolanti insieme a un uomo di fede  profondo, che non rinuncia mai a esercitare un ruolo attivo nel mondo cristiano e nella nostra società.