“La libertà” e le parole aperte e sapienti di Roberto Mancini

DSC_0551“Roberto, la prossima settimana veniamo da te. Ci devi parlare della libertà”. Era un annuncio, non una semplice richiesta. Conosciamo bene la generosità di Roberto Mancini: generosità nell’offrire il frutto maturo dei suoi studi, delle sue intuizioni, della sua umanità. Ne abbiamo approfittato. Per un pomeriggio il filosofo marchigiano è stato nostro “prigioniero” (altro che libertà!) nello studio fasciato di libri della sua casa di Civitanova. Lo abbiamo rilasciato solo dopo averlo depredato di una quantità di idee, spunti, suggestioni, di cui il libro ancora non scritto sembrava già traboccare. E infatti Maria Teresa Abignente, che doveva curare la pubblicazione, sulla strada di ritorno mi ha rivolto subito la domanda che attendevo: come si fa a ritrasferire tutta questa bellezza?
Posso dire, senza oggettività, che c’è riuscita molto bene. Il suo colloquio con Roberto sulla Libertà, che si inserisce come terzo libro, dopo Umiltà e Fiducia, nella collana sulla via della Resurrezione, zampilla di tutta quella vivacità profonda, di tutto quel vento buono che io ho sentito quel pomeriggio, mentre tenevo ‘ostaggio’ con un microfono l’amico Roberto. Di tutto quel percorso, mi piace anticiparvi qualche piccolo assaggio. Sono passaggi estrapolati qua e là, non rendono il valore del tutto, ma sono sicuro che lo possono almeno lasciar intravedere…

 


69-3-liberta-copertina-webLa libertà esprime l’unicità della persona

Se penso alla libertà di qualcuno, penso alla sua unicità, cioè al suo modo d’essere originale, inconfondibile, insostituibile. Perciò essere liberi – ma più propriamente si dovrebbe dire: diventare liberi – non è solo un diritto inalienabile e una facoltà dell’essere umano, è anche l’emersione di un modo di esistere come persone uniche, creative e responsabili, cioè capaci di dare risposte nuove alla vita e persino di inaugurare situazioni inedite.

Come si riconosce la libertà
Il primo criterio dirimente per riconoscere la libertà effettiva sta nel fatto che essa esprime la dignità della persona umana. Una libertà che sia in contrasto con la dignità è una libertà finta, suicida, autodistruttiva: posso anche scegliere di drogarmi, di prostituirmi, di vivere per il potere o per il denaro o per l’immagine, ma in tutti questi casi la mia libertà viene distrutta proprio da quella cosiddetta “scelta”. In verità così ho sacrificato me stesso e gli altri che hanno a che fare con me. Le scelte autentiche non sono mai mutilazioni o deformazioni, sono passaggi che ci rendono capaci di felicità, anche quando bisogna fare fronte al dolore, alla malattia, all’ingiustizia, al lutto.
Da questa prima meta del rispetto della dignità, in sé e negli altri, si può giungere alla meta più alta del cammino della libertà: essa infatti si realizza compiutamente quando nella persona tutto si trasforma in amore. Amore generoso, fedele, paziente, nonviolento, creativo, misericordioso, dunque resistente al male.

DSC_0547I nemici della libertà
Esistono dei “nemici intimi” della libertà, intimi perché diventano giorno per giorno così aderenti al nostro modo di vivere che non ci accorgiamo più di portarli sulle nostre spalle o dentro di noi e di quanto siano loro a decidere della nostra vita. Uno tra i più pericoli, tra questi nemici intimi, è sicuramente la paura di perdere: perdere la vita, l’affetto, l’amore, il lavoro, la reputazione, le persone care. La nostra è sempre paura di perdere qualcosa o qualcuno, come ad esempio si sperimenta quando nasce un fratello o una sorella e subito insorge nel figlio maggiore la paura di perdere l’affetto dei genitori.
Strettamente legato alla paura della perdita è un altro nemico intimo della libertà: l’attaccamento alle cose, alle garanzie, alle persona vissute come un possesso. Così succede spesso che per difendere questi attaccamenti perdiamo la libertà di essere noi stessi e di dedicarci al bene di altri. La libertà soffoca se viene congelata, trattenuta come un bene fine a se stesso; invece dev’essere orientata e dedicata al bene concreto di altre persone.

DSC_0549La libertà e l’arte della rinuncia

Studiando l’induismo e le filosofie nate in India mi ha colpito quanto, per questa tradizione di pensiero e di fede, il cammino verso la libertà sia un apprendimento dell’arte della rinuncia. Non parlo di sacrificio: il sacrificio – così esaltato nella religione tradizionalista e clericale – è sempre distruttivo. Sacrificare o anche sacrificarsi significa fare una vittima, gli altri o noi stessi. La rinuncia, appresa nel cammino umano del diventare se stessi e del diventare felici, invece è un passaggio che libera. Si tratta di rinunciare a tutto quello che, anche se immediatamente risulta gratificante, poi si rivela un laccio che ci stringe. La vera rinuncia ci libera da tutto ciò che non conta ed è falso, per esempio ci libera dalle sofferenze che infliggiamo a noi stessi e agli altri a causa di una visione sbagliata della vita e della realtà.
Anche nel Vangelo troviamo questa indicazione. Quando Gesù parla di cavarsi un occhio o di tagliarsi la mano, se essi diventano motivo di “scandalo”, cioè di una caduta che impedisce il nostro camminare nell’amore, non sta predicando il sacrificio, sta chiedendo a ognuno di diventare davvero libero.
A questo proposito è emblematica l’esperienza di un giovane detenuto, che ho incontrato qualche tempo fa in un carcere di Milano: mi raccontava che si è scoperto libero quando l’hanno arrestato, perché solo allora ha potuto finalmente rinunciare a tutti quei miraggi di vita nel lusso che lo costringevano a delinquere. Liberarsi da questi falsi desideri ha significato non la fine della sua vita, ma l’inizio della sua libertà. E’ diventato libero in carcere. Credo che questa storia sia come uno specchio per il cammino di tutti.

DSC_0547La libertà del bene
La sola libertà effettiva che esista è la libertà del bene. Quando arriviamo a comportamenti distruttivi, di male, di violenza verso noi stessi o gli altri, vuol dire che il cammino della libertà è stato sviato, interrotto prematuramente o mai iniziato. Gesù lo dice chiaramente: “chi commette il peccato è schiavo del peccato” (Gv 8, 34). Egli non usa lo schema giuridico del libero arbitrio, piuttosto vuole sottolineare che chi commette il peccato non è arrivato a maturare la relazione con il bene, è in fondo un immaturo, il prigioniero di un gioco di specchi deformanti e soprattutto di un modo di vivere del tutto embrionale, non compiuto. Da questo punto di vista dovremmo cominciare a vedere che il nostro problema maggiore non è che moriamo, ma che rischiamo di non nascere mai veramente. Chi commette il male, lo commette perché vive immerso nel buio, non è mai giunto alla sua nascita di persona e di figlia o figlio di Dio.

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